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Progetto ARTHE

Una tecnica sperimentale rivoluzionaria per il trattamento del tumore del seno non palpabile, portata avanti dall'equipe del
prof. Giovanni Paganelli


Prof. Giovanni Paganelli

Il prof. Giovanni Paganelli è attualmente direttore dei dipartimenti di Medicina Nucleare, Medicina Nucleare Diagnostica e Medicina Radiometabolica dell’IRST IRCCS di Meldola. Grande pioniere della lotta contro il tumore del seno, ha messo a punto nel 1995 la tecnica di linfoscintigrafia nel linfonodo sentinella nel carcinoma mammario e ideato nel 1996 un nuovo sistema di localizzazione delle lesioni non palpabili, denominato ROLL.

Dopo essersi laureato in Medicina e Chirurgia presso l'Università degli Studi di Bologna nel 1980, specializzandosi  successivamente in Geriatria - Gerontologia e Medicina Nucleare, nel 1987 ha beneficiato di una borsa di studio IOR per trasferirsi presso l’Oncology Group dello Hammersmith Hospital, Royal Postgraduate Medical School di Londra, dove ha messo a punto un nuovo metodo di imaging e terapia tumorale mediante anticorpi monoclonali basato sul sistema avidina-biotina. Una volta rientrato in Italia è stato nominato Direttore della Divisione di Medicina Nucleare dell’Istituto Europeo di Oncologia, carica che ha ricoperto dal 1994 al 2013.

Autore di oltre 290 articoli scientifici pubblicati sulle principali riviste internazionali di settore, nel 1998 ha ricevuto dalla European Association of Nuclear Medicine il Marie Curie Award, assegnato alle persone che si distinguono particolarmente nel campo della ricerca scientifica. Nell’ambito dei progetti di ricerca compiuti presso l’IRST IRCCS di Meldola e sostenuti dall’Istituto Oncologico Romagnolo, impegno che ha portato la ONLUS a contribuire alla lotta contro i tumori per quasi un milione di euro nell’arco dell’anno 2016, il più promettente è sicuramente il Progetto ARTHE, portato avanti proprio dal prof. Paganelli e dal suo staff. 


Professor Giovanni Paganelli, innanzitutto: cos’è il Progetto ARTHE?

Si tratta di una tecnica sperimentale per il trattamento del tumore del seno non palpabile, che non si riesce cioè ad individuare col tatto. Ad oggi l’approccio terapeutico a questo tipo di neoplasia, che rappresenta comunque il 30% delle lesioni mammarie tumorali complessive, è quello classico dell’intervento chirurgico e radioterapia complementare. Questo rappresenta sicuramente un iter efficace, che ciò nonostante possiede effetti collaterali ben noti, sia da un punto di vista fisico che emotivo. Innanzitutto, stiamo pur sempre parlando di un intervento chirurgico: senza dubbio un evento mentalmente gravoso e stressante, che pur essendo oramai di routine presenta sempre la sua piccola percentuale di rischio. In secondo luogo, l’asportazione totale o parziale di una mammella non è qualcosa che la paziente possa affrontare a cuor leggero: il seno rappresenta la femminilità, l’identità di una donna, le ripercussioni psicologiche di una cicatrice sul petto sono enormi. Infine, la radioterapia: un trattamento che presenta comunque possibili effetti collaterali per l’organismo.

Per tutti questi motivi, abbiamo deciso di studiare l’efficacia di una tecnica sperimentale volta ad evitare alla paziente l’intervento chirurgico in caso di tumore del seno non palpabile. ARTHE è un acronimo che sta per Avidination for Radionuclide Therapy: si tratta di un acronimo particolarmente azzeccato, perché se dimostrassimo che funziona sarebbe davvero un lavoro fatto a regola d’arte.

Di norma, le lesioni mammarie non palpabili vengono identificate nell’ambito di uno screening oncologico e confermate come maligne attraverso una biopsia: in parole povere, si estrae un piccolo pezzo di neoplasia e lo si studia per capirne la natura. Questo esame lascia ovviamente un piccolo buco all’interno della massa tumorale, nel punto in cui è avvenuta la biopsia: l’idea alla base di questa nuova tecnica è di introdurre al suo interno una sostanza chiamata avidina, una proteina presente in natura, ad esempio nell’albume delle uova. L’avidina in questo modo si diffonde nel sito dell’iniezione dove si trovano ancora le cellule malate. Dopo pochi minuti  si inietta  in vena la biotina: una semplice vitamina ( H) , che noi trasformiamo in laboratorio in una sostanza debolmente radioattiva.

Sembra particolarmente complesso come procedimento…

"In realtà non lo è: l’avidina è così denominata proprio per la particolare avidità con cui si lega alla biotina. È la natura che unisce queste sostanze, in maniera tenace e praticamente irreversibile, tanto che ogni molecola di avidina può legare a sé ben quattro molecole di biotina. In laboratorio, per i nostri studi, utilizziamo queste sostanze praticamente ogni giorno."

Tornando al trattamento sperimentale: in che modo il legame tra avidina e biotina può risultare utile nella cura del tumore del seno?

La nuova tecnica che stiamo studiando prevede, come dicevo, l’utilizzo di una forma radioattiva di biotina, che viene somministrata alla paziente per via endovenosa. La sostanza, entrando nell’organismo della paziente, riconosce l’avidina precedentemente iniettata nella sede tumorale e va a legarsi con essa, concentrandosi nel sito della biopsia.

A quel punto rilascia le radiazioni specificatamente in quella zona, andando a distruggere le cellule tumorali ancora presenti. Insomma: con questa tecnica saremo in grado di circoscrivere le radiazioni solo ed esclusivamente dove la malattia si è presentata. Una sorta di bomba intelligente contro i piccoli tumori. 

Introdurre all’interno dell’organismo una sostanza radioattiva non è pericoloso?

Da oltre 50 anni somministriamo iodio radioattivo nei tumori della tiroide con ottimi risultati e pochissimi effetti collaterali. D’altronde, la biotina somministrata sarà debolmente radioattiva: e grazie all’avidina che funge da calamita ( meglio dire da recettore)  si concentrerà solamente nell’area interessata. La sostanza viene smaltita naturalmente dalla paziente tramite le urine, in maniera assolutamente naturale: dunque, gli effetti collaterali attesi sono  minimi. Negli studi di fattibilità  abbiamo  trattato oltre  35 pazienti con questa metodica senza alcun effetto collaterale.

Nel caso in cui i vostri studi confermassero l’efficacia, quali sono i risultati attesi?

Dopo qualche settimana, al momento dell’intervento chirurgico a cui la paziente viene sottoposta secondo la normale pratica clinica, l’anatomopatologo valuterà se nel tessuto asportato permangono cellule tumorali oppure se il radiofarmaco è stato in grado di eliminarle tutte.

Se il protocollo sperimentale confermerà che le radiazioni sprigionate da avidina-biotina-DOTA-90Y fossero sufficienti a distruggere i residui lasciati dalla biopsia diagnostica, la logica conseguenza è che l’intervento chirurgico per questi piccoli tumori puo essere evitato. La donna sarebbe guarita, libera da tumore, grazie ad una tecnica minimamente invasiva che non prevede ne chirurgia ne ricovero. Le nostre donne sarebbero libere di tornare alla vita quotidiana nel giro di qualche giorno.

Un’autentica rivoluzione rispetto alla situazione attuale, che descriveva in precedenza.

Assolutamente: il progetto ARTHE potrebbe cambiare radicalmente l’approccio terapeutico a una malattia, il tumore del seno, che purtroppo continua a rappresentare la neoplasia maggiormente comune nella donna di ogni fascia d’età. Le statistiche fornite dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica affermano che oggigiorno una donna su otto, in Italia, si ammalerà di carcinoma mammario nel corso della propria esistenza, e si stima che nel corso del 2015 siano stati diagnosticati circa 48.000 nuovi casi. La Romagna non fa eccezione: anche da noi la neoplasia alla mammella rappresenta la più comune, rappresentando addirittura il 41% dei casi totali tra le donne al di sotto dei 49 anni. La tecnica ARTHE si applicherebbe esclusivamente alle pazienti che presentano un tumore del seno non palpabile: che, come detto in precedenza, sono comunque il 30% della totalità delle lesioni sottoposte ad intervento chirurgico. Pensate cosa potrebbe significare, per queste donne, sia in termini fisici che psicologici, evitare un’operazione che le priva di una parte fondamentale della loro persona. Senza contare quelle che potrebbero essere le ripercussioni positive sul sistema sanitario nazionale,  sulla ricerca scientifica italiana e romagnola in particolare: l’IRST IRCCS è già riconosciuta come struttura d’eccellenza in Italia, ma essere i primi al mondo a perfezionare una tecnica tanto rivoluzionaria, comporterebbe un salto di qualità agli occhi della comunità medica internazionale.

Senza ambizione, senza la volontà di cambiare, non esisterebbe il progresso

prof. Giovanni Paganelli

Nello specifico del tumore del seno, siamo passati dalla mastectomia a interventi chirurgici più conservativi, fino ad arrivare al linfonodo sentinella e alla tecnica ROLL,  in cui si vanno ad individuare i tumori non palpabili tramite una sonda per raggi gamma. Molto è già stato fatto, ma è giusto proseguire con la ricerca: occorre avere rispetto per le donne e per la loro integrità fisica, perché esse sono le nostre figlie, le nostre sorelle, le nostre madri. Bisogna avere il coraggio di cambiare: ogni volta che qualcuno si presenta con una novità, ogni passo avanti, produce una schiera di proteste, di pregiudizi. Modificare lo status quo spaventa: ma  questo è il fine ultimo della  ricerca scientifica che deve essere  controllata e rigorosa.

A che punto è lo studio di questa nuova tecnica?

I primi segnali sono assolutamente incoraggianti, ma occorre proseguire nella sperimentazione. Durante il prossimo protocollo di studio  gia approvato dal Comitato Medico Scientifico dell’IRST testeremo la tecnica ARTHE su centoventi donne che vorranno sottoporsi a questo studio. Ovviamente lo faranno in tutta sicurezza: le pazienti seguiranno il normale iter terapeutico. In più, andremo a intervenire subito anche con il radiofarmaco, di modo da bombardare immediatamente la malattia: prima di essere sottoposte all’intervento chirurgico verificheremo l’efficacia del mix biotina radioattiva – avidina. Se la ricerca confermerà i risultati sperati, uno step ulteriore sarà quello di testare la tecnica su di un campione ancora più numeroso di pazienti. Quindi, come si può capire, il cammino è ancora lungo, e presenta costi notevoli: per questo abbiamo bisogno di supporto. In questo senso, l’impegno dell’Istituto Oncologico Romagnolo nel sostegno economico a lungo termine di un progetto tanto importante per tutte le donne è davvero fondamentale: sapere di avere al proprio fianco un’organizzazione seria ed affidabile, che dal 1979 tanto ha fatto e tanto continua a fare nella lotta contro i tumori, è la miglior garanzia che noi ricercatori potremmo chiedere.


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