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Immunoterapia Cellulare Avanzata

Una opportunità terapeutica da Nobel contro il cancro



Il dott. Massimo Guidoboni, dal 2013, è Responsabile della Struttura Semplice Dipartimentale di Immunoterapia e Terapia Cellulare Somatica dell’IRST IRCCS; coordina inoltre il Centro di Risorse Biologiche dello stesso Istituto. Laureato e specializzato presso l’Università di Ferrara, prima di sbarcare in Romagna ha lavorato per dieci anni presso il Centro di Riferimento Oncologico di Aviano. Dal 2009 in forza all’Istituto Tumori di Meldola, nel 2012 ha ricoperto il ruolo di visiting scientist della Sezione di Malattie Infettive e Immunogenetica del Dipartimento di Medicina Trasfusionale del National Institute of Health di Bethesda, negli Stati Uniti.



Dottor Guidoboni, lei è riconosciuto come uno dei massimi esperti nazionali ed internazionali di immunoterapia. Ma di cosa si tratta, nello specifico?

Nel suo senso più ampio, sotto la definizione di immunoterapia ricadono una serie di modalità terapeutiche che vanno a colpire meccanismi diversi a seconda dei farmaci utilizzati; ciò che hanno in comune è la caratteristica di voler utilizzare il sistema immunitario per sconfiggere e uccidere le cellule tumorali. Occorre infatti ricordare che uno studio scientifico recente ha stabilito come ogni giorno, nel corpo di ciascuno di noi, si formano circa cento cellule potenzialmente in grado di dar luogo a una neoplasia: ma il nostro sistema immunitario risulta solitamente molto efficiente nel riconoscerle e ucciderle prima che possano svilupparsi. Tuttavia, di tanto in tanto, qualcosa può eluderne la sorveglianza, a causa delle controffensive che la malattia mette in atto. A quel punto possiamo intervenire con varie strategie. Siamo in grado, ad esempio, di insegnare al sistema immunitario a riconoscere le cellule tumorali con farmaci specifici, che sono anche in commercio, o grazie ai vaccini a cellule dendritiche, che vengono prodotti direttamente all’interno della nostra struttura. 


Ciò nonostante, i meccanismi con cui il tumore si difende da questi attacchi sono molteplici, tanto da essere persino in grado di “tirare il freno” anche al sistema immunitario capace di riconoscerlo. Per questo motivo esiste un’altra classe di farmaci immunoterapici che vanno ad intervenire su tale aspetto.


L’immunoterapia ultimamente è balzata agli onori delle cronache grazie al conferimento del Premio Nobel per la Medicina a due ricercatori che hanno contribuito in maniera determinante al suo sviluppo: James Allison e Tasuku Honjo. Si tratta forse dell’endorsement più prestigioso per questa nuova branca.

Nuova fino ad un certo punto: sebbene venute alla ribalta solo negli ultimi anni, le prime sperimentazioni con anticorpi immunomodulanti in Romagna, nello specifico presso l’Oncologia Medica di Forlì prima e l’IRST di Meldola poi, risalgono agli anni ’90, e continuano tutt’oggi. Sicuramente, comunque, il lavoro dei due ricercatori è stato molto prezioso, avendo individuato due meccanismi fondamentali che, come spiegavo in precedenza, “frenano” la risposta immunitaria contro i tumori. Tale scoperta ha infatti portato alla creazione di farmaci appositi che hanno permesso di sviluppare in maniera eclatante l’immunoterapia in ambito oncologico. Gli studi svolti successivamente dai tanti ricercatori che in tutto il mondo si interessano di questo aspetto non solo hanno mostrato risultati sorprendenti, ma che tali risultati si applicano ad un ampio spettro di neoplasie.


Finora i tumori liquidi sembrano quelli che rispondono meglio: un’altra notizia di questi mesi è l’approvazione, da parte della European Medicines Agency, di due terapie cellulari per il trattamento di linfomi e leucemie di tipo B.

In questo caso parliamo di immunoterapia cellulare con tecnica Car-T. La strategia alla base è la seguente: si prelevano direttamente dal paziente i linfociti T; grazie all’ingegneria genetica insegniamo loro a riconoscere determinate strutture che altrimenti non verrebbero identificate e, di conseguenza, ad uccidere in modo selettivo le cellule tumorali che presentano tali strutture; infine questi linfociti T “potenziati” vengono re-iniettati all’interno dell’organismo del malato. 


Tale tecnica, che rappresenta forse la terapia più personalizzata che attualmente possiamo offrire - in quanto, in un certo senso, è come se fosse il paziente a curare sé stesso -, si è dimostrata particolarmente efficace sui tumori liquidi perché hanno una struttura molto omogenea: una volta che addestriamo i nostri linfociti a riconoscerla, siamo sicuri che essi saranno in grado di colpire la stragrande maggioranza delle cellule di cui è composta la patologia. Discorso diverso per i tumori solidi, la cui struttura al contrario è molto eterogenea: un solo bersaglio non è sufficiente a risolvere il problema.


In che modo pensate di superare il problema dell’applicazione dell’immunoterapia cellulare sui tumori solidi?

In IRST abbiamo attualmente quattro protocolli attivi di vaccinazioni con cellule dendritiche in diverse patologie, quali melanoma e neoplasie a carico di colon-retto e rene. Tuttavia, queste terapie vanno ad agire solo su uno dei meccanismi con cui il tumore disinnesca la risposta immunitaria: alla lunga, la malattia mette in campo delle contromisure che ne diminuiscono l’efficacia. Proprio per questo, nell’ambito delle nostre ricerche, abbiamo in corso di programmazione alcuni studi che prevedono la combinazione tra vaccino personalizzato del paziente e le terapie immunologiche che tolgono il freno alla nostra risposta immunitaria. In questo modo, noi pensiamo di poter aumentare in maniera drastica l’efficacia dei nostri trattamenti, grazie anche all’interazione tra i due farmaci. Il primo ambito in cui andremo a testare tale teoria è quello del mesotelioma pleurico, patologia rara ma molto invalidante legata all’esposizione da amianto, la cui prognosi decisamente infausta: speriamo di dare così nuove speranze a pazienti attualmente orfani di terapie.


Quali sono i risultati degli studi svolti in IRST a riguardo?

Abbiamo recentemente pubblicato su una rivista scientifica internazionale i dati sull’attività dei vaccini con cellule dendritiche condotti su circa ottanta soggetti. Tale ricerca retrospettiva ha dimostrato come anche a distanza di oltre quattordici anni abbiamo numerosi pazienti vivi e liberi da malattia. Uno di questi, per esempio, ha meno di 40 anni: trattato oltre sei anni fa col nostro vaccino, si è recentemente sposato e ho avuto il piacere e l’onore di essere presente al suo matrimonio.


Alla luce di questi dati l’Istituto Oncologico Romagnolo ha deciso di sostenere in maniera decisa la ricerca portata avanti dalla sua equipe nell’ambito dell’immunoterapia, rendendola il focus di tutte le attività di raccolta fondi natalizie che porta avanti.

Si tratta di una notizia molto importante: se la ricerca in Romagna ha raggiunto le vette eccezionali che ci riconoscono a livello nazionale e internazionale molto si deve al sostegno dello IOR, che ha fatto nascere e crescere l’IRST elevandolo a Istituto Scientifico d’eccellenza. Le terapie cellulari in oncologia rappresentano sicuramente uno dei fiori all’occhiello di questa attività. Grazie al sostegno di tutti quanti riusciremo a sviluppare nuove opportunità terapeutiche sempre più efficaci che, speriamo, troveranno applicazione in ancora più pazienti. Questo è sicuramente il mio auspicio: conoscendo la generosità dei romagnoli, non posso che prevedere un futuro di speranza per la lotta contro il cancro.    




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L'Istituto Oncologico Romagnolo ha deciso di dedicare tutte le sue attività di raccolta fondi natalizie a favore del progetto portato avanti dal dott. Massimo Guidoboni e dalla sua equipe. Puoi aiutarci a fare la differenza per tanti pazienti che ancora attendono nuove speranze terapeutiche.


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