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Valter Marcelli

Tornare alla corsa per tornare alla vita


“Non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume”, affermava Eraclito secondo Platone, per spiegare come un uomo non possa ripetere la stessa esperienza più di una volta. “Panta rei”, tutto scorre, tutto è soggetto a mutamento ed è in eterno divenire: per questo motivo la persona che si immerge in due momenti distinti nel medesimo corso d’acqua si trova in effetti all’interno di un diverso torrente. Nel frattempo quello stesso fiume è cambiato: d’altronde lo stesso vale per l’uomo. 


Chissà se è a questo che pensa Valter Marcelli, mentre taciturno si immerge fino alle ginocchia nei torrenti a lui così famigliari per praticare l’amata pesca con la mosca, l’esca che in maniera certosina ha preparato qualche giorno prima con le sue mani. I suoi amici sono sparpagliati lungo il corso d’acqua: ogni volta che catturano una trota provano a pungolarne l’orgoglio con qualche battuta figlia di una salubre competizione tra uomini, ma non ottengono granché. Il suo viso semi-nascosto sotto un cappello rimane imperturbabile e fisso verso l’orizzonte, l’orecchio teso verso il brontolare dell’acqua: nulla disturba quell’armonia perfetta con la natura, che traspare da un sorriso di beatitudine.

Non c’è spazio per la competizione nell’animo di Valter. Lo sport sì, quello c’è sempre stato, fin da quando da bambino, quarant’anni prima di quella sessione di pesca, organizzava assieme ai coetanei del quartiere le “Olimpiadi del Ghetto”. 


Le strade di Riccione diventavano il teatro perfetto delle più svariate discipline agonistiche. Oddio: perfetto è una parola grossa. Saltare in lungo sull’asfalto provocava delle escoriazioni alle ginocchia che diventavano ancor più spaventose dopo il mezzo litro di mercurio cromo che mamma gli versava sopra. Per il salto in alto toccava accontentarsi del muretto, o al più di una corda tesa tra due tronchi d’albero. Le corse in bici erano spesso falsate dagli specchietti delle auto in sosta, dallo scatto di un gatto dispettoso, da un semaforo. L’unica cosa su cui nessuno poteva fregarti era la corsa: lì non c’era niente da fare, vinceva chi ne aveva di più. E Valter ne aveva parecchia.


Valter ne aveva talmente tanta che il “tutto scorre” l’ha trasformato in “tutto corre”: ne aveva talmente tanta che qualche anno dopo le “Olimpiadi del Ghetto” andò a Venezia a tentare la sua prima maratona. Quarantadue chilometri: una montagna da scalare a cui si approcciò in maniera timorosa, quasi reverenziale. Valter decise di procedere con calma: non gli importava, non gli interessava vincere. Gli amici più esperti l’avevano messo in guardia: “occhio a non partire troppo forte se non vuoi andare fuori giri!”. Aspettava il momento di crisi: ma il tempo passava e la crisi non arrivava. Quando oramai mancavano cinque chilometri al traguardo decise che il momento delle cortesie era finito e liberò le gambe da quel guinzaglio di scrupoli e preoccupazioni.


Per un attimo si sentì nuovamente bambino, quando alle “Olimpiadi del Ghetto” metteva in fila uno dopo l’altro gli avversari dei quartieri limitrofi: solo che stavolta c’era la Riva dei Sette Martiri di Venezia gremita ad applaudirlo. La montagna era scalata: era il momento di esultare. Valter sembrò quasi deluso: stava cercando gli amici in mezzo a quel carnaio. Quando finalmente li ritrovò fu per rimproverarli: “Beh, è tutto qui?”.


L’adrenalina dell’impresa iniziò a scorrere nelle sue vene solo nei giorni immediatamente successivi, scalpendo all’interno della sua mente un pensiero fisso: quello di correre ancora, quello di correre di più. Ora che sapeva cosa lo aspettava non vedeva l’ora di affrontarlo col cuore libero dalle raccomandazioni altrui, per poter migliorare i suoi tempi. Ecco l’unica competizione che Valter concepisce: quella contro sé stessi. D’altronde il running è uno sport strano: come tutte le discipline il primo viene celebrato, ma c’è gloria anche per tutti gli altri. Anzi, paradossalmente sono proprio gli ultimi ad essere gli atleti più eroici, se non altro per il fatto di essere costretti a sacrificarsi per un tempo molto più lungo dei più bravi. Non hanno alcuna speranza di vincere: eppure vogliono raggiungere comunque il traguardo. Nessuna sorpresa che sia proprio questo il genere di sport che ha fatto innamorare Valter.


Ora Valter si trova di nuovo nel mezzo di un fiume che è diverso pur essendo lo stesso. Sente la corrente tentar di trascinarlo via: le sue gambe, abituate a mulinare sull’asfalto, ora sono invece ben piantate nel limaccioso letto del corso d’acqua grazie agli stivali di gomma. È qualche anno che si allaccia le scarpe da running in maniera molto più saltuaria: esattamente dal 2013, quando è stato costretto a rallentare vertiginosamente a causa di un tumore all’intestino.


Un ospite tanto indesiderato quanto invadente, che gli ha lasciato in eredità due doni particolarmente sgraditi: due metastasi al peritoneo, comparse nel 2015 nel corso di alcuni esami. E dire che dopo l’operazione chirurgica e la seguente chemioterapia era tornato alla sua vita normale: aveva persino ricominciato a correre, anche perché non esiste vita normale per Valter senza corsa. I medici gli hanno detto che stavolta il bisturi avrebbe dovuto scavare in maniera troppo invasiva perché l’intervento potesse essere un’opzione effettivamente percorribile.


Si sono affidati da subito alla chemioterapia: ma dopo tre mesi i risultati non si sono dimostrati sufficienti, quantomeno non abbastanza da giustificare l’intollerabile malessere che Valter provava l’indomani di ogni seduta. Un malessere per cui non era pronto e che non aveva sperimentato al termine dell’intervento chirurgico e della prima sessione di chemioterapia: se dopo l’operazione avrebbe voluto riprendere a correre anche coi punti di sutura a segnargli l’addome, stavolta diventava difficile persino alzarsi dal letto.


“E’ difficile accettare una malattia di questo tipo: ma la corsa mi ha insegnato che bisogna andare avanti, nonostante gli alti e bassi”. È con questo spirito che Valter ha accettato di sottoporsi al protocollo sperimentale di immunoterapia che gli hanno proposto gli oncologi di Modena: un trattamento che sta dando buoni risultati, senza fiaccare troppo le sue energie. Con l’immunoterapia è tornata la speranza: e con la speranza è tornata la corsa. O forse è il contrario: forse è venuta prima la corsa, e poi la speranza. Forse per Valter sono un po’ la stessa cosa. Quel che è certo è che ora potrà anche avere gli stivali di gomma: gli servono per restare immerso nel fiume senza che la corrente lo faccia scivolare. Ma non li terrà per molto: presto sarà di nuovo il turno delle scarpe da running.

Presto sarà di nuovo maratona. Fino al 29 aprile si preparerà assieme agli altri pazienti nell’ambito del progetto dello IOR “Move Your Life”: poi si allaccerà gli scarpini fluo e percorrerà i 42 km della Rimini Marathon.


All’inizio potrà essere titubante: ma non importa, non gli interessa vincere. Forse aspetterà il momento di crisi: ma più passerà il tempo, più la crisi non arriverà. Quando mancheranno pochi chilometri deciderà che è il momento di liberar le gambe da quel guinzaglio di scrupoli e preoccupazioni. E una volta raggiunto il traguardo dirà: “Beh, tutto qui?”


Move Your Life

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