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Lilly Cappelli

In prima linea per le donne in chemioterapia


Nel 2010 una donna minuta ma dal forte temperamento di nome Liliana, per tutti Lilly, si apprestava, alla soglia dei 45 anni, ad affrontare la sfida più complicata di una lunga carriera professionale. L’azienda per cui lavorava già da 25 anni le aveva proposto di recarsi in Iran, a tenere corsi di formazione alle parrucchiere del posto. Piccolissimo particolare: sarebbe dovuta andare da sola. All’aeroporto di Teheran la attendeva l’interprete che l’avrebbe seguita come un’ombra nel suo percorso itinerante: peccato che il diverso idioma fosse probabilmente l’ultimo dei problemi che Lilly avrebbe dovuto affrontare.


Per chi fosse a digiuno di storia contemporanea del Medio Oriente l’anno prima in Iran si era insediato, tra non poche polemiche, un certo Mahmud Ahmadinejad, politico ostile all’occidente, il cui programma prevedeva tra l’altro di dotare la nazione di armi nucleari per combattere l’egemonia sull’area di Israele, stato di cui auspicava pubblicamente “la sparizione dalla carta geografica”. La sua controversa vittoria alle urne aveva scatenato un clima di forte agitazione, culminato in varie manifestazioni represse nel sangue. Molte persone avevano perso la vita. Lilly guardò negli occhi il suo titolare e chiese solamente: “Quand’è il volo?”.


Le immagini di guerriglia che i telegiornali documentavano non contribuirono a mantenere il clima sereno in casa. Certo, il marito, con cui è sposata da 28 anni, e il figlio, 25 anni, sono più o meno abituati all’assenza della mamma, che trascorre circa centoventi giorni l’anno all’estero per portare la moda italiana nel mondo: Giappone, Siria, Libano, Australia. D’altronde, quando Lilly è a casa non è che sia donna da pantofole: pur minuta, nel suo tempo libero ha esplorato ogni collina della Romagna con la sua Ducati Monster. Però quella dell’Iran era tutta un’altra storia. C’era un regime di mezzo, che non vedeva propriamente di buon occhio le indipendenti donne occidentali; c’erano i disordini di piazza; voli interni in trabiccoli da dodici posti che tremavano al solo passaggio di uno stormo di rondini; e per gli spostamenti più brevi un vecchio Ford Transit, dal cui finestrino si potevano almeno ammirare gli splendidi tramonti degli infiniti deserti poco prima di raggomitolarsi su uno scomodo sedile. “Una volta ci furono turbolenze talmente forti su un aereo – confida – che si aprirono le maschere per l’ossigeno. Nel parapiglia a un passeggero venne un infarto: a me cadde il velo che mi copriva il volto. La hostess ebbe il coraggio di avvicinarsi e dirmi di rimetterlo: nella concitazione la mandai a quel paese”.


Nel 2014 una donna minuta ma dal forte temperamento di nome Liliana, per tutti Lilly, si apprestava, alla soglia dei 50 anni, ad affrontare la sfida più complicata a livello personale. Spinta dalla madre Romana, storica volontaria del mercatino di Mezzano in cui le sue stampe romagnole andavano per la maggiore, entrava a far parte di quel manipolo di pionieri di Ravenna che presterà servizio a favore delle pazienti in chemioterapia per il neonato Progetto Margherita. Poteva farlo perché nel frattempo, vuoi per la traumatica esperienza iraniana, vuoi per i fastidi procurati dall’artrite reumatoide, vuoi perché restare lontani dalla famiglia per cento giorni l’anno logorerebbe anche la più indipendente delle madri, aveva aperto il suo salone: l’Event Color di Bagnacavallo.


Persino il Ducati Monster era stato venduto, in favore di una più bucolica e discreta Vespa. Liliana ha imposto al suo esercizio commerciale orari flessibili, per venire incontro alle esigenze dei clienti che escono alle 18 dall’ufficio, e per avere il tempo di dedicarsi alle sue passioni: la fotografia, la natura, il volontariato.

“Non dimenticherò mai le prime pazienti che ho seguito – spiega – anche perché essendo un progetto nuovo non sapevamo bene cosa aspettarci. Sinceramente mi attendevo persone di una certa età: invece la prima persona che venne fu una ragazza bellissima di ventotto anni, con il suo bambino di otto mesi in braccio. Ricordo che si provava le parrucche con un entusiasmo contagioso: mano a mano che le metteva il neonato con la manina gliele sfilava dal capo. Si può dire, in un certo senso, che fu lui a scegliere l’acconciatura per la mamma”. Una madre che, nonostante avesse saputo di soffrire di tumore al seno, aveva deciso di procrastinare le cure per portare a termine la gravidanza. “La seconda paziente venne col marito: non era ancora completamente calva, ma i primi effetti collaterali della chemioterapia si facevano già vedere. ‘Guardi, mi rimangono tutti in mano’, mi disse sconsolata. Ma di farsi radere non ne voleva sapere. Così il marito intervenne: ‘Domani li troverai tutti sul cuscino e sarà peggio. Guarda: me li faccio radere anch’io, così la mattina ci guardiamo allo specchio e siamo uguali’. Una scena meravigliosa, che avevo visto in un film, tanto tempo prima. Iniziai tagliando i capelli a lui, poi a lei: la donna non si volle guardare allo specchio, ma una volta scelta la parrucca fu davvero sollevata e felice”. Dopo quel suo primo giorno di volontariato per lo IOR, da sola in auto, prima di mettere in moto, si sentì finalmente libera di sciogliere in singhiozzo quel groppo che le stringeva la gola, lasciandosi andare ad un pianto incontrollabile.


Siamo giunti alla fine del 2017 e Lilly è oramai una volontaria storica dello IOR. Ha imparato ad avere un atteggiamento meno coinvolto con i pazienti che segue, anche se deve andare contro la sua stessa natura. Ha saputo che l’Istituto Oncologico Romagnolo cerca fondi per ampliare il Progetto Margherita alle sedi di Cesena e Imola: a questo scopo ha lanciato un crowdfunding dal titolo “La mia mamma è bellissima”, chiedendo ai suoi parrucchieri di svolgere il ruolo di ambasciatori di questa iniziativa. Lilly non ci pensa due volte, anche perché toccata da vicino dalla malattia. “Il marito di una persona a me carissima soffre di un glioblastoma – spiega – ho visto cosa può fare il cancro non solo alle persone che ne soffrono, ma soprattutto a coloro che sono a loro vicini. Per questo, forse, ero così motivata: non c’era cliente che non sapesse dell’iniziativa”.


Lilly è talmente convincente che il salvadanaio utilizzato per raccogliere offerte nel suo salone non è mai vuoto. Persino un suo giovanissimo cliente, un ragazzino di 12 anni, decide di contribuire. “Ricordo che si è avvicinato alla cassa, e oltre a pagare il conto ha sfilato dalla cover del suo cellulare 20 euro. Quei soldi erano la sua paghetta. Mi disse: ‘ho sentito del progetto: voglio fare una donazione per la mia mamma, che è stata operata’. Una cosa commovente”. 


Ma per Lilly non è sufficiente: così decide di organizzare una cena presso Casa Conti Guidi, a Bagnacavallo, il cui ricavato sarebbe andato proprio a favore del Progetto Margherita. Dopo pochi giorni il ristorante è prenotato in ogni ordine di posto. Per l’occasione ha fatto preparare una torta gigante, per cento persone, dalla famosa Pasticceria Babini, che dopo aver saputo la ragione dell’evento ha deciso di donargliela. Di fronte alla sala gremita, Lilly decide di prendere il microfono e aprire il suo cuore ai presenti. Racconta della sua prima paziente di 28 anni, che non ce l’ha fatta. Racconta della donna che non voleva radersi i capelli, e di quel marito meraviglioso che la convinse. Racconta del ragazzino che dona la paghetta per la madre operata. La gente la ascolta, rapita e commossa. Dona, ma torna a casa più ricca. Alla fine, tra salvadanaio e cena, porta alla causa qualcosa come 2.536 euro: circa 35 mamme in più che si sentiranno bellissime grazie al forte temperamento di una donna minuta di nome Liliana, per tutti Lilly.  


La mia mamma è bellissima 

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