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Pietro Cortesi

La Cardioncologia: una disciplina sempre più fondamentale

Il dott. Pietro Cortesi è Referente del Reparto di Cardioncologia dell’IRST IRCCS. 37 anni, è in Istituto dal 2014. Dopo aver ottenuto la specializzazione ed essersi formato presso il Policlinico Sant’Orsola di Bologna, ha ricoperto il ruolo di cardiologo presso l’Ospedale Pierantoni-Morgagni di Forlì e successivamente l’Ospedale Bufalini di Cesena.


Dott. Cortesi, come ci si sente ad essere Referente di un’unità che è appena stata riconosciuta tra le eccellenze in Italia nel suo ambito a soli 37 anni?

È sicuramente una soddisfazione: mi considero onorato di poter condividere questo percorso con il dott. Aquilina e i tanti colleghi qui in IRST. Cerchiamo di mantenere i piedi per terra e continuiamo a lavorare al servizio del paziente con la giusta umiltà ma anche con tanto entusiasmo, sul solco tracciato dal prof. Amadori. 


Prima di arrivare a Meldola e diventare cardioncologo, lei era cardiologo. Quali difficoltà ha riscontrato in questo passaggio?

Il lavoro del cardioncologo è diverso da quello del cardiologo principalmente per due motivi. Il primo è che ci ritroviamo ad avere a che fare con un contesto clinico peculiare, nel quale la tipologia della malattia cardiovascolare differisce da quella che si riscontra tutti i giorni in un normale reparto di Cardiologia, perché legata per lo più agli effetti collaterali delle terapie somministrate. In seconda battuta, è molto diverso il rapporto che abbiamo col paziente, nonché la forma mentis dello stesso. In Cardiologia l’innovazione tecnologica ci permette spesso di offrire terapie urgenti e risolutive alle criticità che riscontriamo, cosa di cui al momento non disponiamo in Oncologia. Il paziente che riceve una diagnosi di tumore sa quindi di trovarsi di fronte a una montagna da scalare.


L’emergere della cardioncologia è uno degli esempi più lampanti di come oramai la cura del paziente oncologico presupponga multidisciplinarietà. Cosa significa interfacciarsi ogni giorno coi colleghi oncologi?

La multidisciplinarietà rappresenta un valore aggiunto, e la cardioncologia è sicuramente un piccolo ma valido esempio di ciò. Gli sguardi di un cardiologo e di un oncologo sono diversi: ma poter unire i punti di vista ci permette di colmare l’uno le lacune dell’altro, per offrire al paziente il miglior approccio terapeutico. Da circa 2 anni, qui in IRST, grazie alla collaborazione del collega ematologo dott. Alessandro Lucchesi, il nostro Istituto vanta la presenza di un vero e proprio gruppo multidisciplinare, denominato COIR (Cardio-Oncologia IRST Romagna), che vede il coinvolgimento dei singoli specialisti che si riuniscono a cadenze regolari per discutere dell’approccio terapeutico da intraprendere per i nostri pazienti, per offrire loro un percorso il più possibile personalizzato e condiviso. Non dimentichiamo poi che, proprio per la natura di questo Istituto, la nostra collaborazione investe anche il campo della ricerca.

 

Esistono statistiche in merito alle complicazioni cardiache legate all’utilizzo di farmaci chemioterapici? Quali i disturbi più frequenti?

È complesso riuscire ad identificare una statistica chiara e definitiva sulle problematiche cardiovascolari. Tra le più comuni possiamo ricordare la disfunzione contrattile del ventricolo sinistro come effetto collaterale delle antracicline; la cardiopatia ischemica dovuta a terapie a base di fluoropirimidine o trattamenti radianti; o ancora problematiche tromboemboliche venose, ipertensione arteriosa o eventi aritmici come conseguenza indesiderata dell’assunzione di farmaci anti-angiogenetici o anti-tirosinchinasici. Le terapie ormonali, cui devono sottoporsi pazienti con tumore al seno o alla prostata, possono provocare un incremento del colesterolo e dei trigliceridi. 


Persino i più moderni approcci, come l’immunoterapia o la target therapy, trattamenti che puntano non solo alla cura della malattia ma anche, laddove essa non fosse possibile, alla sua eventuale cronicizzazione, non sono scevri da effetti collaterali. Tuttavia, a mio parere, due evidenze sono molto chiare. La prima è che oggigiorno riscontriamo una netta riduzione della cardiotossicità dei farmaci, per merito proprio del progresso scientifico. La chemioterapia presenta una formulazione più precisa rispetto al passato; e i macchinari di cui disponiamo permettono di effettuare un trattamento radioterapico più mirato e schermato, risparmiando il più possibile gli organi sani circostanti. La seconda evidenza è la correlazione che si riscontra tra possibile cardiotossicità e profilo cardiovascolare del paziente. È ormai chiaro come fattori di rischio quali ipercolesterolemia, ipertensione, diabete, fumo e obesità contribuiscano ad incrementare la propensione ad eventuali effetti indesiderati. Per questo motivo risulta fondamentale, oltre al monitoraggio costante durante le cure, una valutazione cardiologica prima dell’inizio delle terapie, che punti a eliminare stili di vita dannosi e ad intraprendere il più precocemente possibile eventuali trattamenti farmacologici. Infine, la conoscenza approfondita dei comuni effetti collaterali cardiocircolatori di ciascuna molecola chemioterapica ci può portare a sviluppare schemi di monitoraggio o di trattamento precoce che diminuiscano i rischi.


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