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Daniele Nasole

Dalla malattia al sogno: le Paralimpiadi di Tokyo 2020



Estate 1996. Ligabue emoziona le piazze di mezza Italia dando appuntamento da Mario, prima o poi; il mondo è sotto shock per la nascita della pecora Dolly, primo mammifero frutto di clonazione; i sogni di gloria della Nazionale Azzurra ai Campionati Europei si sciolgono nell’afa d’una notte tutt’altro che magica con un rigore sbagliato da Gianfranco Zola. Dalle ceneri di quella cocente delusione nascono invece i sogni di gloria di un ragazzo di 13 anni: si chiama Daniele, e all’ombra del Castello Aragonese di Taranto scopre il suo amore verso la canoa, grazie ad un pomeriggio di svago coi cugini.


Passano quasi 20 anni. Daniele, per tutti Dano, oramai si è fatto uomo: ha 32 anni, è fidanzato con Ilenia ed è sottufficiale sommergibilista della Marina Militare di stanza a Chiavari. Va tutto a gonfie vele, non fosse per un fastidio alla schiena che, ben presto, si trasforma in male insopportabile. 

«Soffrivo di una lombosciatalgia persistente – spiega – che non guariva con le classiche cure antinfiammatorie. Una notte in particolare ho cominciato ad avvertire delle forti scosse alla gamba destra, tipiche dell’ernia discale: così sono andato al Pronto Soccorso». Ed è lì che Daniele, a 32 anni, scopre che quello che lo affligge non è il classico, banale mal di schiena. «Quando hanno deciso di sottopormi ad agoaspirato, ho capito: ho studiato Scienze Infermieristiche, ero consapevole di quello che stavano cercando i medici con quell’esame». 

La tac evidenzia delle metastasi che gli hanno fratturato due vertebre e compromesso la parte destra del midollo: test più approfonditi scoprono che la malattia primitiva da cui derivano è un raro tumore di 4 centimetri per 2 che colpisce il mediastino, e che si era oramai diffuso in tutte le ossa del corpo.


«Ovviamente la notizia ti sconvolge, facendo crollare in un secondo la tua solidità e i tuoi progetti per il futuro: ma lo smarrimento è durato lo spazio di pochi minuti. Ho sempre affrontato le avversità con un sorriso e tanta forza: e così ho deciso di fare anche stavolta». I momenti difficili non mancano: l’intervento è particolarmente demolitivo, la chemioterapia successiva fortemente debilitante. Dano, giovane sportivo con mille interessi, è costretto a imparare la sacra virtù della pazienza. 


«Sono rimasto immobile per un mese a letto, dopodiché mi sono sottoposto a cicli di chemioterapia che duravano anche 4 o 5 ore. Ciò nonostante non ho mai smesso di sorridere: in quei pochi momenti di nervosismo vedevo le persone intorno a me in difficoltà, non sapevano come approcciarsi a me. Si creava un silenzio insopportabile, così ho capito che dovevo essere io in primis a dare forza a chi mi stava accanto». 

Daniele stringe i denti, lotta e alla fine ha la meglio. «Mi mancano due vertebre lombari, caratteristica che mi ha reso rigido in qualsiasi movimento. Non ho torsione, e la gamba destra è molto più debole della sinistra. La chemioterapia ha dato origine a un disturbo conosciuto come Fenomeno di Raynaud, che mi fa perdere sensibilità e dà luogo a spasmi nelle mani, specie d’inverno. Ma mi ritengo comunque una persona fortunata: è stata una partita difficilissima, come mai nella vita, ma ce l’ho fatta». 



Dano esce da questa esperienza con una determinazione che prima non conosceva: si trasferisce a Forlì per lavorare presso il Comando dei Carabinieri in qualità di assistente amministrativo, e decide di riprendere in mano i sogni di quel ragazzo di 13 anni che, al caldo del sole tarantino, giocava con una spilla immaginando fosse la medaglia d’oro delle Olimpiadi di Atlanta, che proprio in quei giorni lontani vedevano la propria fiaccola accendersi grazie alla mano granitica ma oramai tremolante di un anziano Muhammad Alì.


«Quando sono tornato in canoa partivo da una condizione fisica molto debilitata, a causa dei due anni di stop e dell’intervento. Tuttavia il mio preparatore, Andrea Dante, sin dalle prime uscite ha intravisto la possibilità di fare qualcosa di importante nella disciplina paralimpica». 

Qualcuno ha scritto che un buon allenatore mostra ai suoi giocatori quello che possono essere, piuttosto che quello che sono, e Daniele può essere un campione paralimpico: anzi, Daniele diventa un campione paralimpico. In un anno di allenamenti abbassa i suoi tempi sui 200 metri di quasi 10’’: e ai campionati italiani del 2018 vince sei medaglie. Medaglie vere, mica spille: tre d’oro, una d’argento e due di bronzo. 

«Non lo ritengo un punto d’arrivo – spiega – ma di partenza: dopo aver sconfitto il cancro, penso di essere pronto per un’altra missione impossibile: quella di gareggiare a Tokyo 2020».


Un grande obiettivo, che l’Istituto Oncologico Romagnolo ha deciso di sostenere tramite un progetto di crowdfunding sulla piattaforma Eticarim: perché per essere competitivo a Dano servono strumentazioni per allenarsi anche d’inverno, quando il Fenomeno di Raynaud e il freddo gli impediscono di scendere in acqua; servono fondi, per poter affrontare trasferte lunghe; servono attrezzature, per poter gareggiare alla pari con i grandi campioni della canoa paralimpica. Ma il suo esempio, laddove il suo sogno riuscisse ad avverarsi, sarebbe troppo importante, troppo significativo per tutti quelli che stanno affrontando la sua stessa sfida: soprattutto per quei giovani costretti a mettere in pausa ogni progetto per concentrarsi esclusivamente sulla propria sopravvivenza. Non sarà semplice, ma Dano non sarà solo: ogni persona che dona aiuterà a spingere la sua canoa un po’ più in là.


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