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Silvia Graziani

All'inferno e ritorno, grazie alla ricerca (e a un sorriso)


A dicembre 2015 la piccola Emma, 7 anni, sta affrontando il saggio di ginnastica ritmica. È nervosa, ma si è preparata duramente ed è determinata a non deludere la mamma Silvia, che ne segue ogni passo dalla platea. Appena terminata l’esibizione la bimba non aspetta nemmeno che si chiuda il sipario, ma corre a cercare la sua prima ammiratrice tra il pubblico. L’applauso degli altri genitori le interessa il giusto: quello che vuole è leggere l’orgoglio profondo negli occhi della persona che più conta per lei. Solo in questo modo potrà capire d’essere stata brava. 


Emma corre tra le braccia della madre ma quello che scorge non è solo fierezza: c’è qualcos’altro negli occhi di Silvia. Sono lacrime: per quanto lei si sforzi di nasconderle ed asciugarle, non smettono di scendere. La bimba è stupita e preoccupata: le è stato raccontato che la mamma ha una malattia un po’ complicata, ma ha promesso che farà di tutto per venirne fuori. «Perché piangi?», domanda Emma. «Sono fiera di te», risponde la mamma, carezzandosi la strana cicatrice che ha sull’avambraccio, simile ad una brutta scottatura, quasi come se volesse nasconderla.

Il pianto di Silvia non è solo commozione e orgoglio. In quel momento ha 37 anni, un lavoro da psicoterapeuta avviato, un marito, due figlie e una convinzione: quella a cui ha appena assistito sarà l’ultima esibizione che vedrà della sua Emma. 


Poche settimane prima ha scoperto che lo strano neo comparso sul suo avambraccio sinistro non è un semplice inestetismo, ma un melanoma di quattro millimetri. Qualche giorno addietro si era sottoposta a svuotamento ascellare e 18 linfonodi su 21 erano risultati positivi alle metastasi. «A quanto sapevo io – spiega Silvia – nel momento in cui il melanoma si diffonde, non c’è più nulla da fare». Silvia è frastornata, affranta, spaventata. Istintivamente pensa a Paco, il dalmata che ha salvato da morte certa: le sue crisi epilettiche, cui era soggetto anche dieci volte al giorno, erano talmente gravi che l’unica soluzione sembrava essere l’eutanasia, a soli tre mesi di vita. Lei si è opposta a quel destino e l’ha preso con sé: «Inizialmente lo facevo persino dormire nel mio letto, in modo da intervenire tempestivamente col valium per placare le violente convulsioni». Dopo il primo anno le crisi epilettiche diminuiscono fino a diventare sempre più saltuarie: Paco si spegnerà placidamente, a 15 anni, dopo aver vissuto una lunga e serena esistenza.


Anche Silvia necessita di qualcuno che si opponga al suo destino: ha bisogno, se proprio non di speranza, di capire quali sarebbero stati i passi successivi. «Il 30 dicembre 2015 avviene quella che io definisco “la visita del sorriso”: ho incontrato all’IRST di Meldola il dottor Massimo Guidoboni, che guida l’equipe di medici che si sarebbe presa carico del mio caso. Da subito mi ha colpito il suo modo di fare: conoscendone il curriculum, temevo di trovarmi di fronte il classico professore tanto preparato alle terapie quanto approssimativo a livello umano. 


Invece mi colpì da subito: mi ha spiegato le possibilità terapeutiche; mi ha fornito percentuali e informazioni con chiarezza e tranquillità; mi ha reso partecipe del processo decisionale riguardante le cure che avrei dovuto affrontare. Terminava ogni frase con un sorriso, come se non fossi semplicemente una cartella clinica: ho sentito la sua vicinanza e quanto gli importasse che io vivessi non come paziente, ma come persona e come madre».


«La speranza è quella cosa con le ali che dimora nell’anima: canta melodie senza parole, e non si ferma mai», scriveva la poetessa statunitense Emily Dickinson. Già, ma a volte può anche travestirsi nella peggiore delle beffe. «Al termine della prima parte delle terapie a base di interferone, un medicinale che mi ha procurato effetti collaterali consistenti portandomi a perdere 8 chili in 3 settimane, la tac di controllo mostrò delle metastasi cerebrali».

Silvia sale le scale che portano al primo piano dell’Istituto di Meldola col referto in mano: non si aspetta più sorrisi, solo sentenze. In quel momento incrocia la dottoressa Laura Ridolfi dell’equipe di Immunoterapia, ed è come se le leggesse nella mente. Non guarda nemmeno il referto: ne ha letto il contenuto sullo sguardo impietrito della paziente. «Non è finita, Silvia – le dice – abbiamo ancora tante armi, e le utilizzeremo tutte».


La prima di queste armi ha un nome strano: si chiama Gamma Knife. Utilizza radiazioni che servono a distruggere le cellule tumorali senza compromettere il tessuto cerebrale sano. «La prima volta che mi sono sottoposta a Gamma Knife avevo quattro metastasi: lo strumento impiega circa 20’ per ciascuna di esse. Questo significa che, essendo un’apparecchiatura ad alta precisione, ho dovuto rimanere immobile per quasi un’ora e mezza. In quel lasso di tempo non ho potuto fare a meno di pensare a tutto ciò che avevo letto in precedenza, quando ho firmato il modulo di consenso informato. Rimuginavo su quello che poteva andare storto: mentre sentivo manovrare sul mio cranio, pensavo che ogni momento potesse essere quello fatidico in cui sarebbe insorta un’emorragia cerebrale». 


Silvia dall’inizio del suo percorso di cura si è sottoposta tre volte al Gamma Knife: ma nonostante gli umani timori, non ha sofferto di alcuna complicazione. «L’ultima risonanza cerebrale era perfettamente pulita. Si vedono solo alcune piccole zone d’ombra a forma di moneta, corrispondenti al tessuto necrotizzato laddove erano presenti le metastasi: le chiamo “le mie medaglie”. A volte le utilizzo come scusa: se faccio qualcosa di pazzo, posso dire che la colpa è loro».

Silvia, effettivamente, ha fatto qualcosa di pazzo: quanto meno, per i suoi canoni. Ha voluto sfidare la sua fobia delle altezze, provando il parapendio. «Ho pensato: se non mi ha ucciso il melanoma, non mi ucciderà neanche questo». 


La malattia non l’ha uccisa, ma non l’ha nemmeno abbandonata: grazie alle terapie sperimentali cui l’ha sottoposta il dottor Guidoboni il suo tumore si è cronicizzato. Questo significa che deve imparare a conviverci, e a convivere con gli effetti collaterali dei medicinali che assume ogni giorno. Gonfiore, pressione bassa, astenia: tutte complicazioni fastidiose, ma che passano in secondo piano di fronte alla bellezza di essere vivi. E se è comunque difficile sentirsi una persona normale, a causa della imposta routine di terapie ed esami di controllo, c’è sempre l’aperitivo con le amiche per sentirsi un po’ più simile agli altri. Inoltre ci sono nuovi progetti lavorativi da affrontare con l’entusiasmo che prima le mancava, perché «quando ero sana pretendevo solo la perfezione da me stessa, finendo col darla per scontata: ora terminare un turno di sei o sette ore anche quando sono stanca mi dà quella carica che solo essere sorpresi positivamente da quello che sei in grado di fare, nonostante tutto, può darti».


Giugno 2018, quasi tre anni dopo il saggio di Emma. Stavolta sul palco c’è Silvia: è stata scelta come protagonista della recita dei genitori, in occasione del termine della scuola materna della figlia più piccola, Arianna. Nello spettacolo interpreta la parte di una ballerina che si prepara per una recita assieme al suo inseparabile cagnolino. A un certo punto della trama Silvia si infortuna ed è costretta a rinunciare al saggio. La sostituirà proprio il suo fedele cucciolo, che nel frattempo ha studiato i passi della padroncina e ha imparato a ballare come lei. 

Alla fine la protagonista si rivolge alla platea e dice: «Avete visto? Non bisogna mai smettere di credere ai propri sogni, perché tutto è possibile». Cala il sipario: gli applausi scrosciano. A Silvia interessa il giusto: vuole solo correre ad abbracciare le sue prime ammiratrici tra il pubblico. Ha le lacrime agli occhi: ma questa volta non si sforza di nasconderle ed asciugarle. In quel momento ha 40 anni, un lavoro da psicoterapeuta avviato, due figlie e una convinzione: che ha ancora una vita da vivere.


Immunoterapia Cellulare Avanzata

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