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Chiara Lucarelli

Assaporare il presente, al di là del tumore



Pioviggina a Rimini, la mattina del 18 gennaio 2019, di quell’acqua da cui non riesci a ripararti neppure con ombrello e impermeabile: il modo di penetrarti nelle ossa e farti stringere le spalle in un brivido tremolante, lo trova comunque. Ma Chiara, nella sede IOR, entra comunque con un sorriso; e un raccoglitore enorme sottobraccio. Sembra l’album di fotografie dove stipare i momenti più importanti di una vita intera: il giorno del matrimonio, le foto del viaggio di nozze, la nascita delle figlie Giorgia e Giada. 


All’interno di quel pesante plico Chiara ha stipato invece tutti i risultati di tutte le visite di controllo fatte da novembre 2014, la data della prima mammografia su cui è stata riscontrata una fatidica opacità. Nulla che valga la pena di essere ricordato con affetto: nulla che possa essere dimenticato, nemmeno col massimo sforzo. Eppure Chiara ha deciso, per qualche ragione, di portarselo dietro; probabilmente per consultarlo nel caso in cui, durante il racconto della sua sventura, dovesse avere qualche incertezza. Neanche a dirlo, quel raccoglitore non verrà mai aperto: rimarrà una presenza, silenziosa e pesante, a margine della scrivania. Chiara non ha bisogno di suggerimenti: ha tutto perfettamente in testa.

«Il destino ha voluto che, quando mi hanno chiamato dall’ospedale, io fossi al lavoro e avessi lasciato il telefono a casa», spiega. Così a rispondere è il marito, ma la voce all’altro capo del ricevitore lo informa che, quello che ha da dire, può riferirlo solo alla diretta interessata. Una necessità di discrezione che rivelava molto di quello che avrebbe dovuto comunicare l’operatore. 


«Pensai subito che la frittata era fatta: corsi in bagno per asciugare le lacrime e rendermi presentabile per il resto del turno.». Il lavoro si rivela l’assoluta priorità di Chiara, che addirittura decide di rimandare biopsia e agoaspirato di ventiquattro ore per potersi sottoporre ai test durante la giornata di riposo. «Esami più approfonditi rivelarono tre noduli al seno. Accettai la diagnosi impassibile: ormai le lacrime che avevo, le avevo già piante. Mi sentivo ovattata, come se mi guardassi dall’esterno, come se quella diagnosi appartenesse a una persona che non ero io: mi chiesero di scegliere tra tentare una quadrantectomia o optare per una mastectomia, così decisi di prendermi un weekend per pensare.».


Dopo attenta riflessione Chiara opta per l’intervento più radicale: la prospettiva di poter forse evitare quella chemioterapia, tanto importante quanto temuta, si rivela decisiva. «Dopo l’intervento i linfonodi sentinella hanno dato esito negativo, quindi mi ritengo molto più fortunata di tante persone che hanno vissuto la mia stessa disavventura. Certo, la cura ormonale è stata pesante: ne ho sentito ogni controindicazione, fino ad arrivare a sentirmi molto più vecchia della mia età. Tuttavia dopo l’intervento ho trovato la forza di reagire, di uscire da quello stallo in cui ero piombata con la diagnosi. Ho sorpreso me stessa.». L’interruttore è proprio Giada, la figlia minore, a spingerlo: una bimba che all’epoca ha solo otto anni, e che affronta la malattia della madre con tutta la fragilità e l’ingenuità di cui è capace una fanciulla. 


«Inizialmente si rifiutava di vedermi, aveva troppo timore di quello che avrebbe visto: ma due settimane di ricovero si sono rivelate troppe anche per lei. Appena mi ha visto ha esclamato: “Mamma, ti manca un seno!”. Non so come abbia fatto a notarlo.».

Chiara adesso non è solo libera da malattia, ma anche dalle paure che la paralizzavano: ed è forse per dare una scossa alle altre donne che stanno vivendo la medesima esperienza che ha deciso di abbracciare il volontariato. 


«Dopo la malattia ho conosciuto sia il Punto Rosa che l’Istituto Oncologico Romagnolo. Ho trovato delle amiche con cui parlare la stessa lingua: per noi qualsiasi cosa, anche un mal di testa, ha un significato ben diverso da chiunque non abbia affrontato il cancro. Abbiamo una chat in cui ci scambiamo continui suggerimenti, consigli, esperienze: io le chiamo le mie pink sisters.». Chiara appena trova un minuto dal lavoro va a casa delle sue nuove sorelle, per far loro compagnia e tirarle su nei momenti di difficoltà. «Mi porto dietro gli ingredienti e cucino: faccio pasta fatta in casa, ma anche dolci e torte. 

È un modo per distrarci e non parlare sempre della malattia: in certe occasioni è davvero complicato, soprattutto quando siamo consapevoli che il quadro clinico non è dei migliori. Ultimamente alcune delle ragazze non ce l’hanno fatta: è stata davvero una brutta botta, che mi ha fatto capire ancora di più quanto sia stata fortunata.».


Ed è forse proprio per elaborare questi lutti che Chiara ha deciso di accettare la sfida della dottoressa Elisa Ruggeri, psicologa che ha appena attivato presso lo IOR un percorso di mindfulness. «Quando mi ha spiegato di cosa si trattava, ho accettato di partecipare con un bel carico di sana curiosità mista a scetticismo.». «E’ in assoluto la maniera migliore di approcciarsi a questa pratica», interviene la psicologa, che durante tutta la chiacchierata rimane sempre al suo fianco. 


Chiara si presta agli esercizi come fossero i numeri di magia d’uno strano prestigiatore, col sorriso distaccato di chi sa che sotto sotto c’è il trucco: poi si scioglie e comprende. Guardando fisso un muro bianco mentre mangia capisce che l’eccessiva frenesia della vita moderna l’ha portata a cibarsi, a nutrirsi, mai a gustare veramente ciò che porta alla bocca.

Osservando in silenzio gli occhi di una compagna sente il suo corpo pervaso da un calore mai provato in precedenza, che l’ha portata a sciogliersi in un pianto di gioia liberatorio, condiviso con l’amica. Concentrandosi sulla respirazione ha imparato a dar maggior importanza al qui ed ora. 


«Grazie alla mindfulness ho molta più attenzione e consapevolezza. Prima passeggiando per strada guardavo le cose ma non le osservavo veramente: era come se fossi perennemente distratta. Anche a livello interpersonale mi ha aiutato molto a gestire l’impulsività, specie in famiglia. Essendoci passata penso che sia di grande aiuto anche per le pazienti, per fare in modo che l’angoscia di una diagnosi e di un futuro incerto non prenda il sopravvento.». Chiara sorride: il futuro non è più un problema; il passato è chiuso nella sua mente e in un pesante raccoglitore che non apre mai; il presente, un qualcosa da assaporare, senza distrazioni.



Migliorare l’offerta psicologica a favore delle pazienti, per stare a contatto con le emozioni che emergono dalle cattive notizie e accogliere la sofferenza in modo consapevole: è questo lo scopo del percorso di mindfulness dell’Istituto Oncologico Romagnolo, attivato a Forlì e Rimini e presto anche a Imola, Faenza e Ravenna. 

Mindfulness è una parola inglese traducibile con il termine italiano “consapevolezza”: tuttavia presuppone risvolti che il nostro vocabolo non possiede. 


Nelle parole di Jon Kabat-Zinn, pioniere della tecnica, significa «prestare attenzione, ma in un modo particolare, con intenzione, al momento presente; in modo non giudicante». Si tratta dunque di un modo per dare maggior valore al qui e ora, per non darla vinta alle angosce e alle preoccupazioni verso il futuro, proprio e dei propri cari, che una diagnosi di cancro fa scaturire.


«La pratica della mindfulness offre, in questo mare in tempesta, un’opportunità – spiega la dott.ssa Ruggeri –; è importante allenare le persone a portare un’attenzione gentile e non giudicante all’esperienza momento per momento, offrendo una maggiore consapevolezza, un grado di auto-comprensione e la capacità di riconoscere le emozioni senza esserne schiacciati. Il progetto si pone come obiettivo quello di offrire alle partecipanti una serie di competenze che possano essere integrate nella quotidianità, al fine di gestire efficacemente lo stress, il dolore, la malattia e i cambiamenti che questi portano nella vita di chi soffre. 

A ciascuna partecipante viene data la possibilità di seguire l’intero percorso assieme a un accompagnatore. D’altronde, il tumore è una malattia che colpisce non solo la singola persona, ma tutto il sistema famiglia.». Per maggiori informazioni contattare il numero della sede di riferimento.


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