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Damiano Rondelli

Direttore Divisione di Ematologia e Oncologia University of Illinois, Chicago


Intervista realizzata dalla giornalista Sara Servadei e comparsa su "Il Resto del Carlino" - edizione Ravenna in data domenica 14 luglio 2019.



Ha condotto importanti studi clinici per la cura di tumori e malattie del sangue, lavora a progetti per portare i trapianti di midollo nei paesi più sfortunati e da 17 anni l'Università dell'Illinois, a Chicago, lo ha voluto con sé: ora dirige l'Ematologia e la Oncologia. Ma nelle vene di Damiano Rondelli, 56 anni, scorre sangue ravennate: nato a Faenza, è cresciuto a Ravenna. Nei giorni scorsi è tornato a Faenza per il convegno organizzato dallo IOR 'Il cancro: una sfida mondiale'. 


Rondelli, quando ha deciso che voleva fare il medico?

C'è un aneddoto che racconto sempre. Io ero sicuro che non avrei mai studiato medicina perché mi dava fastidio vedere il sangue. Poi, all'ultimo anno di liceo, ho cominciato a pensare che quella del medico era una professione che mi affascinava, soprattutto per l'aspetto umano. Mi sono iscritto a Medicina all'Università di Bologna, e attraverso incontri casuali con professori e ricercatori ho incominciato a interessarmi alla ricerca in ematologia. E mi sono specializzato proprio sul sangue.

Insomma, tutto l'opposto di quello che pensava...

Eh sì. E sono l'unico medico della mia famiglia, per cui non c'è nessuna eredità. Mio padre era commercialista, e ci siamo trasferiti a Ravenna quando avevo un anno e mezzo perché aprì uno studio lì. Mia madre era casalinga.


Come ha superato la paura per il sangue?

Non lo so. Da piccolo quando vedevo l'ago mi nascondevo. A un certo punto è passata, da sola. Era destino.

Come si è avvicinato al mondo della sanità americana?

Dopo la specializzazione ho passato un anno in America in un laboratorio a occuparmi di ricerca sul trapianto del midollo osseo. Lì ho conosciuto un po' il mondo oltreoceano. Poi però sono tornato a Bologna.


E quando è tornato in America?

Nell'ottobre del 2001 ho ricevuto una mail di un famoso professore americano che avevo conosciuto che mi chiedeva di andare a Chicago per fare il direttore del trapianto di midollo osseo all'Università dell'Illinois. E ho deciso di andare: mi sono trasferito nel 2002 con mia moglie e mio figlio piccolo. Immaginavo di stare lì qualche anno e poi tornare in Italia, e invece...

Quando ha capito che la sua vita oramai era in America?

Non l'ho ancora capito... Sto ancora sperando di tornare.

Non ha mai ricevuto proposte dall'Italia?

Sì, sì, ho avuto proposte lusinghiere.

E come mai non ha mai accettato?

Perché l'Italia è casa, ma dal punto di vista professionale ci sono condizioni abbastanza favorevoli in America. E parlo anche a livello di team. In America il responsabile di una divisione può assumere le persone che vuole e risponde delle proprie azioni, ha un budget. In Italia la situazione è diversa. E in più in America ho avuto altri due figli, quindi ora ho tre figli cresciuti negli Stati Uniti. Per loro l'Italia è il paese delle vacanze.


Negli ultimi anni si è impegnato anche per portare la lotta alle malattie del sangue nei paesi più sfortunati. Quali progetti ha avviato?

Da una decina d'anni, attraverso l'Università dell'Illinois, ho cominciato un'attività con 'Global health', medicina globale, un programma che ho costruito per aiutare i Paesi in via di sviluppo: in molti di questi prima non si facevano trapianti di midollo.

Con quali Paesi ha collaborato in questi anni?

Da 10 anni vado in Nepal, dove 3 anni fa è partito il primo centro di trapianto del Paese, poi collaboro con un'università in India, un ospedale a Cuba, due ospedali in Nigeria, un ospedale a Kiev in Ucraina e ora sono appena tornato da La Paz, in Bolivia. Collaboro poi anche con un'università in Grecia. E' il progetto che voglio fare da grande. Ogni essere umano ha un valore e una dignità che sono sacri e che vanno rispettati e aiutati a prescindere da condizioni sociali, economiche, culturali e religiose. Servire come medico il malato non può non avere una dimensione globale. 


Qual è stato l'impatto con questi Paesi in cui la sanità è trattata in tutt'altra maniera rispetto sia all'Italia che all'America?

L'ingiustizia è enorme. Devo dire che però trovo molta ingiustizia anche nel sistema americano, in cui essere curati non è un diritto ma una cosa di cui ci si deve poter permettere.

Anni fa negli Stati Uniti si discuteva moltissimo della riforma di Obama per rendere la sanità più accessibile. Ha cambiato qualcosa?

Ormai è stata smantellata completamente. Ha portato comunque passi avanti, perché ha permesso a molta più gente di permettersi un'assicurazione.

Immagino che anche nei Paesi più poveri del mondo la sanità sia solo per i ricchi...

In Nepal, Nigeria e tanti altri Paesi i pazienti non hanno soldi e non si curano. Per questo i centri hanno come condizione per poter collaborare con me un sistema di sussidio per pazienti indigenti. I ricchi possono curarsi dove vogliono.


Ci sono casi che l'hanno colpita particolarmente in questi Paesi?

Ce ne sono tanti. Il trapianto di midollo osseo è una cura senza la quale molti pazienti muoiono. E' una grande soddisfazione vedere che in Nepal, dove prima non si facevano trapianti, ora se ne fanno 30 all'anno. A Cuba invece non si potevano fare trapianti da donatori che non fossero familiari perché richiedono un accordo con gli Stati Uniti, allora abbiamo insegnato ai medici a fare trapianti da persone incompatibili, come parenti lontani. In Nigeria ora ben 5 milioni di persone soffrono di anemia falciforme, e vivono poco e male. Il trapianto è l'unica cura. Stiamo lavorando per far partire un centro.

Ogni quanto torna in Italia?

Almeno una volta all'anno, se posso anche di più. D'estate almeno due o tre settimane.

Dal punto di vista medico vede grandi differenze rispetto all'America?

L'Ematologia in Italia è pari a quella americana. Tuttavia non tutti gli ospedali italiani sono uguali.

Anche a livello di ricerca?

L'America ha sempre avuto molte più risorse, anche se in questo momento è stata penalizzata molto dalle scelte politiche. L'Italia è a un buon livello, ma dipende sempre dai singoli centri. 


Grazie a Sara Servadei e alla redazione de "Il Resto del Carlino" - edizione Ravenna della preziosa collaborazione!

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