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Roberta Zappasodi

Dalla Romagna a New York per l'immunoterapia



Trentottenne di Cesena, Roberta Zappasodi ha studiato Biotecnologie Mediche all'Università di Bologna e ha conseguito il dottorato all'Istituto Nazionale dei Tumori a Milano. Proprio presso il capoluogo emiliano ha conosciuto il prof. Giovanni Martinelli, attuale Direttore Scientifico dell’IRST, che l’ha seguita nella realizzazione di una tesi sperimentale riguardante le mutazioni che sviluppano resistenze a determinati farmaci a bersaglio molecolare nelle leucemie. Dal 2013 lavora presso il Memorial Sloan Kettering Cancer Center (MSKCC) di New York, dove porta avanti studi sull’applicazione dell’immunoterapia.


Dott.ssa Zappasodi, di cosa si occupa a New York?

La mia ricerca si focalizza sullo studio dell’immunoterapia dei tumori, una classe di metodi volta a istruire il nostro sistema immunitario ad attaccare le cellule tumorali. Ho iniziato la mia esperienza al MSKCC di New York presso il laboratorio dei professori Jedd Wolchok e Taha Merghoub, dove portiamo avanti studi riguardanti i meccanismi di resistenza all’immunoterapia, per cercare di comprendere come mai alcuni pazienti rispondono ed altri invece non sembrano trarre beneficio da questo tipo di trattamento. In questo modo possiamo da un lato trovare nuovi targets da bersagliare che diano risultati migliori in termini di remissione, dall’altro individuare dei marcatori che siano in grado di predire le risposte cliniche e su quali pazienti sia necessario somministrare nuovi farmaci o combinazioni di farmaci.  Negli ultimi sei anni mi sono concentrata in particolare sui meccanismi alla base dell’attività degli immune checkpoints: sono le molecole che regolano la risposta immunitaria e che contribuiscono al suo spegnimento laddove ad esempio un agente infettivo sia stato combattuto e debellato. 


Questo automatismo è molto importante perché, in un contesto fisiologico, ci consente di far scattare le risposte immuni solo quando necessario. Il problema nasce però nel contesto tumorale, dove una loro espressione alterata consente al tessuto estraneo della neoplasia di non venire riconosciuto come tale. Gli immune checkpoints mandano il segnale al sistema immunitario di cessare la propria attività e in questo modo la malattia può crescere indisturbata. L’utilizzo di farmaci capaci di inibire gli immune checkpoints al fine di ripristinare le risposte immuni contro il tumore ha prodotto risultati clinici estremamente significativi, tanto che negli ultimi 8 anni sono entrati a far parte del trattamento standard di svariati tipi di tumore. 


Tuttavia, questa terapia non è efficace in tutti i pazienti e alcuni pazienti sviluppano resistenze in seguito a un’iniziale risposta clinica. In questo contesto, per esempio, stiamo esplorando l’attività di nuovi farmaci capaci di stimolare determinati recettori che possano promuovere la risposta immunitaria: se da un lato cerchiamo infatti di rimuovere il freno che impedisce ai nostri difensori di svolgere il proprio compito, dall’altro possiamo infondergli maggior forza per combattere la malattia. Una corretta combinazione di questi due tipi di immunoterapia potrebbe consentire di superare la resistenza dei tumori più aggressivi.

Gli studi che porti avanti ti hanno permesso di ricevere l’ISSNAF Award come una delle cinque migliori ricercatrici italiane del Nord America. Come hai vissuto questo riconoscimento?

È stato estremamente gratificante: i risultati del lavoro che ho portato avanti sono stati pubblicati cinque anni dopo il loro inizio, periodo in cui non nascondo di aver incontrato anche resistenze e scetticismo. 


È servita una buona dose di tenacia e determinazione. Penso che la commissione abbia premiato il fatto che si tratti di uno studio che ha ripercussioni immediate sulla clinica: poter proporre nuovi potenziali targets per migliorare l’efficacia dell’immunoterapia, e nuovi marcatori che possano predire se il trattamento sta funzionando a livello biologico, rappresenta un grande aiuto per il clinico che ha in cura il paziente, oltre che per il paziente stesso.


Dopo sei anni negli Stati Uniti di recente sei stata in IRST a visitare i laboratori romagnoli: come vedi il livello della ricerca in Italia, se paragonata a quella USA?

L’anno scorso mi trovavo a Cesena proprio nel periodo in cui il prof. Dino Amadori iniziava a presentare la sua autobiografia: ho ritenuto fosse una bella opportunità per ascoltare le sue parole e conoscerlo di persona. Proprio in quell’occasione l’attuale Direttore Scientifico Emerito dell’IRST mi ha invitato a visitare i laboratori di Meldola. Devo dire che sono rimasta impressionata dal livello tecnologico: il fatto che una struttura sorta a pochi passi da dove sono nata disponga di strumentazioni tanto innovative mi ha riempito d’orgoglio. Questo conferma come anche da noi esistano le possibilità per fare ricerca ad alto livello: semmai le limitazioni hanno radici di tipo culturale, oltre che economico. 


Negli Stati Uniti si respira in generale un maggiore entusiasmo e una consapevolezza più interiorizzata del fatto che gli studi hanno tempi lunghi e possono non ottenere i risultati sperati. In Italia spesso si pretendono esiti certi nel breve periodo: cosa purtroppo impossibile, soprattutto nel campo dell’oncologia. Occorre tenere in considerazione un altro aspetto: la maggior parte delle imprese che producono i reagenti necessari alle sperimentazioni sono americane, quindi se voglio iniziare uno studio a New York in pochi giorni posso ottenere il materiale che mi serve. In Italia i tempi sono chiaramente più dilatati. Il nostro paese dispone di minori risorse economiche, e su questo si può fare poco: quello su cui si può sicuramente migliorare è la poca propensione a vedere il fallimento come un’occasione di crescita e l’eccessiva fretta nell’aspettativa dei risultati.

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