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Luisa Carbognin

Alla scoperta dei tumori lobulari



Ricercatrice veronese di 34 anni, Luisa Carbognin attualmente lavora al Policlinico Gemelli di Roma presso il Dipartimento di Scienze della Salute della Donna, del Bambino e di Sanità Pubblica diretto dal prof. Giovanni Scambia, oltre a portare a compimento il Dottorato di Ricerca in Infiammazione, Immunità e Cancro presso l’Università di Verona. È proprio nell’ambito degli studi che sta svolgendo che le è stato conferito, nel 2018, il Merit Award dalla American Society of Clinical Oncology, per il valore dei risultati che la sua ricerca sta maturando.


Dottoressa Carbognin, qual è l’argomento dei suoi studi?

Il mio ambito di ricerca riguarda una tipologia particolare di carcinoma alla mammella, il cosiddetto tumore lobulare: una casistica minoritaria del cancro al seno, rappresentando circa il 10-15% delle diagnosi. Di questa neoplasia in verità oggigiorno si sa ben poco, tanto è vero che il suo trattamento consiste nella somministrazione della terapia standard tipica dell’istotipo duttale, ovvero quello che si presenta con maggiore frequenza. In verità, tale approccio alla malattia potrebbe non essere quello che offre le migliori probabilità di cura. Sebbene sia in genere considerato meno aggressivo di quello duttale, il tumore lobulare sembrerebbe infatti avere maggiori probabilità di recidiva a molti anni dalla diagnosi. Inoltre, e questo è un aspetto che probabilmente è stato decisivo per l’assegnazione del Merit Award, abbiamo identificato un’alterazione molecolare che si verifica in una percentuale minoritaria di pazienti ma molto importante. Si tratta dell’amplificazione del gene CDK4: in chi la vediamo espressa, la prognosi sembra risultare maggiormente sfavorevole.


Quali sono quindi i prossimi passi?

Innanzitutto occorrerà verificare che il trattamento standard, fatto di chemioterapia e terapia ormonale, sia quello che comporta le migliori possibilità di cura per i tumori lobulari, o se esistono alternative più efficaci. Soprattutto i pazienti che esprimono l’alterazione di cui abbiamo parlato in precedenza potrebbero beneficiare da una terapia a bersaglio molecolare. Da qualche anno a questa parte, per esempio, si utilizza in fase di malattia avanzata dei farmaci appositi per il gene CDK4. Sono ancora in fase di studio per le neoplasie allo stadio iniziale, ma i pazienti che presentano questa alterazione genica potrebbero risultare particolarmente sensibili, o particolarmente resistenti, a questo tipo di trattamento. È una cosa che dovremo scoprire tramite studi più approfonditi ed una corte più ampia di quella che abbiamo utilizzato finora.


Quanti pazienti con tumore lobulare presentano questo tipo di alterazione genica?

Nel nostro studio l’abbiamo identificata nel 21% dei pazienti. Tuttavia è una percentuale probabilmente imprecisa: la nostra ricerca è stata svolta scegliendo tra soggetti con caratteristiche prognostiche già sfavorevoli, quindi verosimilmente la casistica potrebbe essere anche minore. Insomma, è un ambito ancora poco conosciuto dell’oncologia: per questo si tratta di uno studio, per quanto complesso, molto motivante.

Come mai ha scelto l’oncologia in generale e il tumore alla mammella in particolare?

La scelta di fare oncologia è nata dal tipo di presa in carico del paziente, che dev’essere a 360°: una diagnosi di cancro e il relativo percorso di cura non possono prescindere dalla valutazione degli aspetti sociali, psicologici, personali del malato.


Mi piaceva l’idea di essere vicino alla persona lungo tutto il suo percorso: grazie alle scoperte più recenti oggi siamo in grado di seguire per tanti anni anche le donne con tumore metastatico. L’area della neoplasia alla mammella l’ho scelta invece perché ritengo che ci sia ancora tanto da definire. Molte pazienti vengono trattate allo stesso modo, quindi c’è ancora tanto spazio per la ricerca dal punto di vista della personalizzazione delle cure. Inoltre, da dottoressa forse è più facile capire i bisogni delle donne.

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