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Paola Generali

Presidente di Cebora



Cebora S.p.A. è un'azienda leader nella produzione di saldatrici e di macchine per il taglio al plasma, nota nel mondo dal 1954 per la qualità e l'affidabilità dei suoi prodotti. La gamma di produzione comprende macchine di media ed alta tecnologia, destinate a diversi settori di impiego. Dal 2004 è partner dell’Istituto Oncologico Romagnolo: ha contribuito alla nascita dell’IRST e ne sostiene i più innovativi progetti di ricerca scientifica.


Dott.ssa Generali, come nasce Cebora?

Cebora è nata nel 1950 grazie a mio padre, che nonostante fosse perito agrario e figlio di contadini nutriva un amore viscerale verso la meccanica. Tutto è cominciato in un sottoscala con un negozio di ferramenta: è lì che è nata la passione e la pazza idea di creare una macchina, una saldatrice fondamentale per le aziende di costruzioni che stavano nascendo in quel periodo. Mia madre ha avuto un ruolo altrettanto importante: lei era un’impiegata amministrativa presso un’azienda di Bologna, si occupava di contabilità e buste paga. Inizialmente lavorava di giorno, mentre di notte aiutava mio padre. Ricordo che per il loro viaggio di nozze i miei genitori sono stati andati a Roma in auto, facendo varie tappe da meccanici incontrati lungo la strada per proporre i loro prodotti. Ovviamente in seguito mio padre ha provato ad allargare il suo business andando in giro per il mondo: in Venezuela, fino a pochi anni fa, la parola “cebora” faceva parte del vocabolario comune per indicare ogni genere di saldatrice, anche di altre marche.


L’azienda quindi si fondava molto sulle relazioni e i rapporti personali.

Tuttora è così: mio padre ha conosciuto il nostro più grosso importatore olandese inviandogli un camion di saldatrici con la promessa di pagargliele solo una volta vendute. Erano altri tempi: gli affari si basavano anche su patti di fiducia reciproca. La sua capacità commerciale era questa: credere nelle persone, fargli condividere una visione comune, crescere insieme. Sono tante le strutture in cui ancora oggi lavorano i figli dei titolari delle realtà che mio padre ha coinvolto, e con cui ancora oggi siamo in stretto contatto: e persino nei momenti di crisi, come quello che abbiamo vissuto negli anni ’80, i nostri dipendenti non ci hanno mai abbandonato.


Come nasce il vostro rapporto con lo IOR?

Nel 2004, in occasione delle celebrazioni per il cinquantesimo anniversario della società, abbiamo deciso di festeggiare chiedendo ai nostri clienti non un regalo, ma piuttosto di compiere un gesto che fosse concretamente utile. All’epoca venimmo a sapere che in Romagna stava nascendo un progetto ambizioso ed innovativo sotto la spinta di un noto oncologo, il prof. Dino Amadori: da quell’idea straordinaria sarebbe poi sorto l’IRST di Meldola. Abbiamo quindi conosciuto l’Istituto Oncologico Romagnolo che stava lavorando alacremente per realizzare quest’opera grandiosa, che avrebbe cambiato la vita di tante persone del territorio: ci è sembrato naturale sostenerne gli sforzi devolvendo l’importo che avremmo destinato ai festeggiamenti per i nostri primi cinquant’anni.


Lo IOR ha quest’anno compiuto quarant’anni, ma il rapporto con Cebora non accenna ad arrestarsi.

Siamo molto orgogliosi di aver contribuito e continueremo a farlo. Non abbiamo mai avuto alcun dubbio sulla destinazione della nostra responsabilità sociale: ci sono tante cause che vale la pena sostenere, quindi qualcuno anche giustamente di tanto in tanto cambia beneficiario. Ma noi lo IOR l’abbiamo visto crescere in questi anni e ci piace essere parte attiva di questo continuo progresso. D’altronde, nel nostro campo come in quello della ricerca scientifica, il dovere morale è quello di non fermarsi mai, di continuare ad innovare. Noi abbiamo un obbligo verso i nostri clienti, i nostri fornitori, i nostri dipendenti: voi verso i pazienti che attendono una cura. Siamo convinti che la strada percorsa insieme fino ad ora sia un bell’esempio di collaborazione tra privato e no-profit, e vorremmo continuare su questo cammino per tanto tempo ancora.

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