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Patrizia Serra

La prima volta che vidi l'Africa



La prima volta che vidi l’Africa fu nel febbraio del 2006. Mi recai in Tanzania con il Prof. Amadori ed un suo carissimo amico. Quel luogo rappresentava qualcosa di molto importante per tutti noi: per me era l’occasione di vistare il continente che sognavo da sempre, perché i miei genitori prima che io nascessi, stavano per trasferirsi in Africa per lavoro e probabilmente io sarei nata lì se la vita non avesse preso un altro corso. 

Per loro invece era l’occasione per dare inizio al Mwanza Cancer Project sostenuto dall’Associazione Tison, che il Prof. Amadori aveva fondato in memoria di Vittorio, amico e compagno di studi. Durante quel primo viaggio ponemmo le basi dell’avvio dell’Unità di Oncologia che sarebbe stata poi inaugurata nel 2009 sotto la direzione del dott. Nestory Masalu. Ricordo che ci parlarono a lungo di questo giovane e bravo medico tanzanese che voleva studiare oncologia in Italia, perché in Tanzania questa specializzazione non esisteva: sarebbe poi riuscito a realizzare il suo sogno proprio grazie ad una borsa di studio dell’Associazione Tison. 


Da allora ciò che è stato realizzato in quell’angolo di Africa Sub-sahariana è stato una specie di miracolo che solo una mente illuminata come quella del Prof. Amadori avrebbe potuto immaginare.  Non si è trattato solo di un’opera umanitaria di immenso valore, grazie alla quale migliaia di pazienti, adulti e bambini, affetti da cancro hanno potuto trovare una struttura qualificata in cui accedere alle cure, ma un vero e proprio progetto globale di controllo del cancro con programmi di screening e diagnosi precoce, assistenza, formazione e ricerca. 

Da quel lontano 2006 il Mwanza Cancer Project è divenuto per me un programma di lavoro che ho portato avanti, a fianco del Prof. Amadori, con passione ed impegno, coinvolgendo colleghi ed amici, molti dei quali si sono recati in Africa come volontari a supporto dello staff medico ed infermieristico locale.  L’Oncology Unit nel reparto J4 del BMC è diventato oggi un Oncology Department in un nuovo building inaugurato nel 2012 dove è tuttora collocata anche la radioterapia. Una quarantina di medici, infermieri, farmacisti italiani continuano a prestare servizio di volontariato accanto al team africano che ad oggi può contare su personale altamente qualificato, la cui formazione è avvenuta in buona parte in Italia con il sostegno dell’Associazione Tison. 


L’aspetto educazionale è stato uno dei programmi su cui maggiormente ci siamo impegnati, realizzando nel 2012 a Mwanza il primo convegno dal tema “Infections and Cancer”: numerosi anche i corsi teorico-pratici per personale medico, tecnico ed infermieristico organizzati in loco, grazie al supporto dell’Associazione Tison, dello IOR e dell’IRST, che hanno rappresentato un’opportunità di formazione per professionisti sanitari provenienti da diversi paesi africani. 

La ricerca, che rappresenta la base per una migliore assistenza, non può essere risorsa dei soli paesi cosiddetti “sviluppati”. Per questo molti esperti IRST hanno studiato le caratteristiche dei tumori africani, in particolare carcinoma mammario, linfomi ed epatocarcinomi. I risultati di queste rilevanti ricerche sono stati pubblicati su importanti riviste scientifiche internazionali e sono ora a disposizione di tutta la comunità scientifica.


Il Mwanza Cancer Project ha permesso anche di intrecciare relazioni con altre associazioni che operano in Africa in ambito oncologico: da queste esperienze sono nate collaborazioni e profonde amicizie, perché chi opera tra la gente più povera e bisognosa sente forte lo spirito della solidarietà e della fratellanza. In particolare con Cinzia Akbaraly Catalfamo, presidente dell’omonima associazione, ci recammo nel 2012 in Madagascar a visitare il centro di prevenzione oncologica che la Fondazione Akbaraly stava realizzando prendendo come modello proprio il nostro progetto a Mwanza: l’anno dopo, un medico malgascio avrebbe poi frequentato per dodici mesi la prevenzione oncologica di Forlì prima di tornare in patria a dirigere il centro. Tra i momenti più significativi di quell’esperienza, ricordo il giorno in cui il Prof Amadori è stato invitato a piantare un albero nel luogo dove sarebbe nato il centro di prevenzione oncologica come simbolo di buon auspicio.

La nostra attività a Mwanza ci ha visto inoltre impegnati a sostenere la casa famiglia “Hisani”, che accoglie piccoli orfani e abbandonati: una comunità di circa 120 bambini e adolescenti che si autogestiscono senza che lo Stato fornisca loro alcun sostentamento.  A quella comunità l’Associazione Vittorio Tison ha fatto pervenire fondi per allestire gli alloggi, vestiario e dispositivi sanitari e tuttora continua a spedire materiale di prima necessità.


Non si può descrivere a parole ciò che proviamo ogni volta che varchiamo il cancello della comunità: i bambini ti assalgono letteralmente alla ricerca di un contatto fisico che sia una mano, una carezza o un sorriso. Ricordo in particolare che il Prof. Amadori ed io rimanemmo molto colpiti dalla storia di Helena, una ragazzina affetta da osteomalacia, una patologia delle ossa che la esponeva a continue fratture e le impediva di camminare. Attraverso l’Associazione Tison le regalammo una sedia a rotelle con la quale ha potuto recarsi a scuola e continuare gli studi. Ogni anno ci fa pervenire la sua pagella, orgogliosa dei voti alti.


Col Prof. Amadori siamo tornati per l’ultima volta in Africa, più precisamente a Mozambico, lo scorso novembre per l’AORTIC, il più importante congresso internazionale di Oncologia. In quell’occasione abbiamo presentato i risultati di due importanti ricerche scientifiche svolte in collaborazione col dott. Masalu sul cancro della cervice e sul retinoblastoma, quest’ultimo un tumore molto diffuso nell’Africa Sub-sahariana dove è causa di cecità soprattutto nei bambini.  

Durante la nostra permanenza abbiamo definito le prossime strategie di intervento del Mwanza Cancer Project. Tra i punti in ordine di priorità c’è sicuramente l’avvio dell’acceleratore lineare donato dall’IRST e ancora in attesa di essere assemblato a causa degli alti costi di manutenzione.


L’avvio del LINAC, unitamente alla cobaltoterapia che è già in funzione, rappresenterebbe un’importante opportunità terapeutica per i pazienti oncologici di tutta la Tanzania. In secondo luogo il supporto alla realizzazione del Cancer Hostel in Mwanza, una struttura in grado di ospitare familiari e pazienti che giungono per le cure, nonché il sostegno dei medici che vogliono perfezionare gli studi in ambito oncologico all’estero. Occorre poi proseguire la fornitura di farmaci oncologici per garantire la continuità di cura: sebbene il governo tanzanese abbia finalmente riconosciuto la sostenibilità dei medicinali, che ora non sono più a carico del paziente, molti di questi non sono reperibili presso le farmacie ospedaliere. 

Esiste poi uno straordinario progetto iniziato con la realizzazione del nuovo building dove attualmente ha sede l’Oncology Department. Accanto a questo, infatti, il governo ha approvato la costruzione di un nuovo edificio di quattro piani interamente dedicato ai pazienti oncologici: un progetto ambizioso, che il Prof. Amadori presentò molti anni fa al Ministro della Salute del paese.


Sono certa che, agli occhi di chi legge, ciò che ho raccontato è per alcuni tratti simile all’attività di molte associazioni di volontariato che operano a favore di popolazioni fragili.  Tuttavia chi, come me, ha avuto la fortuna di vedere con i propri occhi nascere dal niente non solo una straordinaria struttura sanitaria, ma ancor più svilupparsi la consapevolezza di una patologia che per la maggior parte della popolazione di quell’area geografica era sconosciuta e trattata come una malattia infettiva, questa opera partorita dalla mente e dal cuore di una persona straordinaria rappresenta un’eredità molto forte che l’Associazione Tison e tutti i suoi sostenitori devono contribuire a portare aventi facendo tesoro degli insegnamenti che il Prof. Amadori ci ha lasciato.  


Certamente lo sento io, come impegno fortissimo e per onorare ciò che il “mio” Prof. mi ha lasciato scritto nella dedica sul suo libro Anima e Coraggio: “…di tutta la nostra esperienza Africana sei stata la protagonista più appassionata e potrei dire che mi ci hai trascinato dentro come, forse, non avrei mai fatto senza di te! Te ne sono grato, Dino”.

Patrizia Serra

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