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Antonella Cantini

La bellezza di non riconoscersi



Una poesia di Kikuo Takano recita: “Che oggetto triste/hanno inventato gli uomini!/Chiunque si specchia/sta di fronte a sé stesso/e chi pone la domanda/è, al tempo stesso, l’interrogato./Per entrare più a fondo/l’uomo deve fare il contrario:/allontanarsi.”. Per un certo periodo Antonella si è allontanata da ogni superficie potesse riflettere la sua immagine, ma non per potersi guardare meglio dentro: piuttosto per evitare di non riconoscersi, di sentirsi impotente, di vedersi malata.


Non che prima della diagnosi di carcinoma ovarico potesse essere presa ad emblema di una salute di ferro: al contrario già da qualche anno faceva i conti con la fibromialgia, una patologia che vincola chi ne soffre ma che, allo stesso tempo, è difficilmente spiegabile a chi non ne è colpito. L’incomprensione sociale è tale che avvertire l’insofferenza di chi ti circonda in frasi come “possibile che stai sempre male?” non è infrequente: e c’è addirittura chi finisce per maledirsi di non avere una patologia più conosciuta.

Antonella, del cancro, avrebbe fatto volentieri a meno. La fibromialgia è definita come “la malattia invisibile”: il tumore, al contrario, si vede fin troppo bene, nella pelle più grigia, nelle ciocche che cadono, nel viso emaciato. Lo specchio non fa che gridarti ciò che ti sta accadendo: come se non ci rimuginassi ogni minuto della tua vita. Torchi te stesso sul passato, chiedendoti come mai sia capitato a te e cercando colpevoli evanescenti come fantasmi. Ti interroghi sul futuro e su quanto il tuo organismo riuscirà a resistere prima di crollare. Sballottato da un elastico invisibile che ti trascina avanti e indietro nel tempo il presente cessa quasi d’esistere, quando invece non c’è cosa più importante.


Antonella oggi dice di essere giunta ad una tale consapevolezza: non perché sia guarita, ma perché il percorso che ha fatto su sé stessa l’ha portata a nuove verità. Certo ne sono successe di cose prima di maturare queste convinzioni. C’è stato, per esempio, il momento di riferire la diagnosi ai suoi cari, cercando di farlo con sensibilità, sottovoce com’è d’altronde sua abitudine parlare: il male non è contagioso, il dolore che prova non si attacca, eppure ha comunicato agli affetti solo i contorni di ciò che gli era capitato, ponderando il peso delle parole per evitare di schiacciare chi le ascoltava. Poi le infinite domande dei conoscenti preoccupati a cui rispondere pressappoco sempre allo stesso modo: un eterno ritorno sui medesimi discorsi per rivivere con dovizia di particolari le tappe del suo inferno.


Ma soprattutto, nel mezzo, c’è stato l’intervento: un’operazione lunga e complicata, in cui l’incognita non era semplicemente se avrebbe avuto la forza di svegliarsi ma in che condizioni l’avrebbe fatto. Il primario gli aveva anticipato che avrebbe aperto gli occhi in terapia intensiva con vari drenaggi e la possibilità di una stomia: un carico psicologico ulteriore in un momento già complicato. Antonella si risveglia: il tubo in gola le impedisce di parlare, ma istintivamente porta la mano all’addome, quello stesso addome che, gonfiandosi, aveva rivelato il sintomo più inequivocabile del carcinoma. Gli infermieri, comprendendo il suo timore, la tranquillizzano: la stomia non si è resa necessaria. Si può piangere di felicità all’interno di una terapia intensiva, con quattro drenaggi che escono dal proprio corpo e un tumore ancora da sconfiggere? Evidentemente sì, perché Antonella l’ha fatto.

Nonostante varie complicazioni Antonella esce dall’ospedale. Ad attenderla ci sono sei cicli di chemioterapia ed una rinnovata consapevolezza: quella di dover recuperare un rapporto incrinato come una crepa sul vetro d’uno specchio. 


Da troppo tempo ha lasciato sé stessa in balia di eventi sfortunati: ma confondere gli alibi con le ragioni, come sappiamo da Francesco De Gregori, rappresenta sempre una colpa, e per quanto le onde che l’hanno sballottata a lungo tempo fossero effettivamente gigantesche non rappresentano una scusa valida per lasciarsi trasportare alla deriva. È in quel momento che Antonella si avvicina allo IOR: dapprima chiedendo informazioni sul Progetto Margherita e su “La Forza e il Sorriso”, per recuperare quella femminilità che aveva perso poco alla volta, capello dopo capello. Lo specchio riaccende i riflettori impietosi sulla sua persona, ma stavolta è meno inclemente: «Mi vedevo sempre grigia e dimagrita, ma le volontarie mi hanno insegnato a rendermi più accettabile».


È solo il primo passo: dopo essersi presa cura dell’aspetto esteriore, occorreva rimettere in carreggiata i propri sentimenti. «Mi sono buttata nell’esperienza della mindfulness con la dott.ssa Elisa Ruggeri. Inizialmente ero scettica: pensavo fosse un gruppo in cui le pazienti condividono i disagi della propria malattia, ma non mi sentivo ancora pronta ad aprirmi. Sono rimasta piacevolmente stupita quando ho scoperto che il tumore era un argomento di cui non si faceva menzione. Il benessere che rilascia la meditazione è indescrivibile: potrei paragonarlo ad una boccata d’ossigeno quando hai fame d’aria. 

Quando sei malata, il tuo cervello pensa sempre alla stessa cosa, a quella cosa. La mindfulness mi ha dato gli strumenti per evitare di rimuginare costantemente sulla mia condizione, per allontanare le angosce su un futuro tutt’altro che certo. Ho sempre avuto un’indole precipitosa: laddove si presentasse un problema, volevo risolverlo nel più breve tempo possibile. Questa malattia, ma soprattutto la mindfulness, mi hanno insegnato la pazienza e l’importanza di assaporare ciò che di prezioso abbiamo qui ed ora».


Secondo step: non permettere al cancro e alla fibromialgia di lasciarla priva del benessere necessario per vedere i propri sogni come obiettivi più che miraggi. «Mi sono lasciata coinvolgere nel progetto “Move Your Life”, portato avanti dal Personal Trainer Danilo Ridolfi. Anche in questo caso le perplessità non mancavano: quando il coach mi diceva di fare certi esercizi, lo guardavo quasi come se fosse pazzo. 


Il mio corpo gridava in ogni centimetro di non potercela fare: ma Danilo mi ha spinto a non mollare, e a lungo andare ho imparato a scaricare le tensioni che si accumulano all’interno dei miei muscoli, anche quando malattie e terapie colpiscono più forte». Un vero e proprio toccasana, tanto che oramai il sogno di Antonella, quello di poter tornare ad assaporare a piedi scalzi la bianca sabbia delle Maldive godendosi il prezioso riverbero del sole su quelle acque limpide, non sembra più irrealizzabile. Fortunatamente ha allenato la pazienza: per il momento tocca aspettare a causa di un altro nemico invisibile. «Essere una persona fragile nel periodo della pandemia ha sicuramente aggiunto timori nuovi: tuttavia, a livello pratico, per me non è cambiato molto durante il lockdown

Già prima la chemioterapia mi costringeva a limitare il più possibile le mie “escursioni”. Forse la cosa che mi pesava di più era proprio quella di non poter continuare la mia routine di esercizi fisici e meditazioni: ma per fortuna ci sono stati i live dello IOR su Facebook, un regalo davvero inatteso».


«È vero: la distanza era limitante – continua – però è altrettanto innegabile come si sia creata una bella comunità intorno a questi appuntamenti, fatta di persone che altrimenti non avrei conosciuto. Facebook ci ha permesso di superare i limiti della nostra zona di residenza e di proseguire un’attività a cui, se svolta a chilometri di distanza, avrei dovuto rinunciare. Quando ti imbatti in questa malattia spesso ti senti fragile e abbandonata: la quarantena ha reso questo pericolo ancor più concreto. Ciò nonostante non vedevo l’ora che arrivassero le sessioni di mindfulness di Elisa, o le attività di Danilo, per prendermi cura di me stessa, combattere i timori che mi attanagliavano e ritrovarmi con gli altri followers». Ancora oggi Antonella, guardandosi allo specchio, non si riconosce: ma per una ragione completamente diversa. Se prima vedeva solo la sua malattia ora vede una nuova sé stessa, con una forza che non pensava di avere.



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