Utilizziamo i cookie per migliorare le funzionalità di questo sito Web.

Accetto Leggi di più

come aiutarci

Francesca Battaglin

La qualità della ricerca italiana all'estero



La dott.ssa Francesca Battaglin è ricercatrice presso il Norris Comprehensive Cancer Center della University of Southern California, a Los Angeles, laboratorio diretto dal Prof. Heinz-Josef Lenz e riconosciuto a livello mondiale per competenza e specializzazione nell’analisi farmacogenetica e farmacogenomica. Veneta, classe 1985, il suo principale ambito di ricerca sono i tumori gastrointestinali.


Dott.ssa Battaglin, lei ha vinto per tre volte il Merit Award dell’ASCO. Ci racconta cosa significa, per un giovane oncologo, ricevere questo riconoscimento?

Questo premio viene assegnato ai giovani ricercatori durante uno dei congressi internazionali più prestigiosi in campo oncologico. Vincere un ASCO Merit Award testimonia il valore del lavoro presentato e costituisce un grande incoraggiamento a proseguire nel proprio percorso di ricerca e crescita professionale.


Può raccontarci qualcosa di più riguardo gli studi che l’hanno portata a vincere questo premio?

Negli ultimi tre anni l’oggetto della mia ricerca è stato, in linea generale, lo studio di marcatori molecolari nei tumori gastrointestinali, in particolare l’analisi del valore predittivo e prognostico di varianti genetiche, nello specifico single nucleotide polymorphisms, in pazienti sottoposti a trattamento per neoplasie avanzate come il tumore del colon-retto metastatico. 

L’obiettivo è quello di individuare la terapia migliore per ciascun paziente e potenzialmente mettere in luce meccanismi che possano essere sfruttati dal punto di vista terapeutico. 


Tuttavia quest’anno lo studio che ho presentato esplora un campo diverso, ovvero la caratterizzazione molecolare dei tumori delle vie biliari portatori di mutazioni dei geni IDH. Recentemente è stata dimostrata l’efficacia terapeutica di un nuovo farmaco a bersaglio molecolare per i colangiocarcinomi che presentano tale anomalia. Il nostro obiettivo è stato quello di analizzare le specifiche caratteristiche dei tumori biliari con mutazioni dei geni IDH, al fine di individuare alterazioni sia a livello molecolare che di espressione genetica in modo da evidenziare ulteriori nuove possibili strategie terapeutiche.


Qual è il presente della presa in carico del paziente affetto da tumore al colon-retto e alle vie biliari, e quali le prospettive future?

Le neoplasie gastrointestinali sono comuni. Tra di esse la più frequente è il tumore al colon-retto, una delle patologie in cui si sono riscontrati maggiori passi avanti grazie alla diffusione dello screening per la prevenzione e diagnosi precoce. Ciò nonostante si stima che ogni anno, in Italia vi siano oltre 50.000 nuove diagnosi di questo tipo di neoplasia, che rappresenta la terza per incidenza negli uomini e la seconda nelle donne. L’incidenza aumenta con l’aumentare dell’età e nella grande maggioranza dei casi la diagnosi avviene in pazienti con età superiore ai 50 anni, raggiungendo il picco intorno ai 70 anni. Dati recenti, tuttavia, evidenziano come in molti paesi, compresi diversi stati europei, i casi riscontrati nella fascia di età dei giovani adulti (20-49 anni) siano in crescita: un fenomeno di cui non si sono ancora chiarite le cause. Il tumore del colon-retto è al secondo posto come causa di mortalità dopo il tumore del polmone nell’uomo e quello della mammella nella donna.


Le neoplasie alle vie biliari sono invece rare, ma altamente maligne. Purtroppo, in un numero significativo di casi queste malattie vengono ancora diagnosticate quando già in stadio avanzato. È importante che la gestione della diagnosi e della terapia venga condivisa da un gruppo multidisciplinare che comprenda diverse professionalità, per una presa in carico integrata e per un miglior percorso terapeutico individualizzato. La ricerca in questo settore sta facendo grandi passi avanti, basti pensare allo sviluppo negli ultimi anni di nuove terapie a bersaglio molecolare ed ai recenti risultati dell’immunoterapia nel trattamento dei tumori del colon-retto metastatici con instabilità microsatellitare. Questo, però, non è ancora abbastanza e lo sforzo della comunità oncologica si concentra sull’individuare nuove strategie terapeutiche, ottimizzare i farmaci disponibili e comprendere sempre più in dettaglio i meccanismi tumorali per sviluppare nuove cure e personalizzare i trattamenti.


Lei ha vinto per tre volte consecutive il Merit Award come la dott.ssa Vincenza Conteduca, oggi all’IRST ma prima di stanza a Londra, New York e Boston. Questo significa che per fare ricerca di qualità un ricercatore deve per forza andare all’estero?

In base alla mia esperienza, per passione, bravura e competenza, i ricercatori italiani non hanno nulla da invidiare ai colleghi di altri paesi e le tante eccellenze italiane in questo ambito lo dimostrano. La ricerca in campo oncologico, a livello sia clinico che traslazionale, nel nostro paese ha sicuramente standard molto alti. Vero è che all’estero, parlo degli Stati Uniti, vi è un diverso approccio: maggiori finanziamenti, opportunità, strutture, personale e tempi dedicati, che facilitano notevolmente il lavoro. 

Per questo spesso in tempi relativamente brevi si riescono ad ottenere risultati e riconoscimenti. Nel mio caso poi, per la posizione che ho al momento, ho potuto dedicarmi in maniera esclusiva ai miei progetti di ricerca, una posizione privilegiata che sto cercando di sfruttare al massimo. Fare un’esperienza di ricerca all’estero sicuramente apre nuove prospettive ed orizzonti, anche in virtù delle diverse impostazioni culturali e modalità di lavoro dei colleghi con cui si viene a contatto, e permette di accrescere notevolmente il proprio bagaglio professionale.


Quali le sue prospettive future: pensa di rientrare o preferirebbe proseguire l’esperienza negli Stati Uniti? Quali differenze ha riscontrato sul tipo di ricerca che si fa in Italia e quella che si conduce negli USA?

I miei programmi per il prossimo futuro prevedono di continuare questa mia esperienza negli Stati Uniti ma non escludo, e certamente mi piacerebbe qualora si presentasse l’occasione, di poter rientrare in Italia mettendo a frutto nel mio paese l’esperienza fatta in questi anni. Negli USA personale e strutture vengono coordinati con l’obiettivo di amplificare al massimo il potenziale di ricerca dell’istituto e quindi dei propri professionisti. Si investe molto perché si ritiene prioritario mantenere un livello di eccellenza in questo ambito. Bisogna però considerare che vi è un sistema sanitario completamente diverso da quello italiano e che per la maggioranza i centri di riferimento sono grandi istituti privati con notevoli risorse. La mentalità è quindi giocoforza diversa, e questo comporta anche alcuni svantaggi: se da un lato viene premiata fin dal percorso universitario l’iniziativa ed indipendenza dei giovani ricercatori, dall’altro l’ambiente è molto competitivo. Vi sono diverse opportunità di finanziamento, sia pubblico che internamente a ciascun istituto, dedicate specificatamente ai ricercatori in una fase di inizio della propria carriera per promuoverne la crescita e l’affermazione professionale. Il rovescio della medaglia, tuttavia, è la forte pressione verso il raggiungimento di risultati ed obiettivi dai quali in genere dipende strettamente il mantenimento della posizione che si occupa.


PARTNER E MEDIA PARTNERS

Conad
Valfrutta
Assicoop
SGR Solidale
Gemos
Urbinati
Banca Malatestiana
Romagna Acque
Orogel
Graziani Packaging
Vicini shoes
La BCC
Orto Mio
Otto per Mille Chiesa Valdese
Rosetti Marino
Siropack
FONDAZIONE BRUNO MARIA ZAINI
Cangini Benne