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Antonio Montanari

CDA Gruppo Martini



Il 5 febbraio si è svolto presso la sede della vostra azienda un incontro con il Prof. Amadori, la sua ultima uscita in pubblico prima del 23 febbraio, data in cui ci ha lasciato. Cosa è rimasto di quell’incontro? 

Abbiamo avuto la fortuna e l'onore di incontrare il Professore nella sede della nostra azienda e nessuno dei presenti avrebbe immaginato che sarebbe stata la sua ultima occasione pubblica. In tale circostanza ha preso la parola per circa due ore ed ha fornito ai presenti una testimonianza di come e perché è nato l’Istituto Oncologico Romagnolo. È emersa forte la passione e la vivacità del Professore, chiari segni della immedesimazione profonda tra Fondatore ed Opera: raccontando lo IOR egli raccontava di sé, lanciando suggestioni su come immaginava il futuro della sua creatura. Questo è ciò che ha colpito molto tutti noi: l’entusiasmo contagioso della sua straordinaria presenza.


In occasione dell’incontro il prof. Amadori ha detto: “Senza contributo di privati che aiutano economicamente strutture che si occupano di ricerca, in Italia saremmo rimasti molto indietro”. Martini è da circa 20 anni al fianco dello IOR: come vivete questo impegno?  

Sono anni che, nel nostro ambito, siamo vicino allo IOR e il rapporto tra il Gruppo e l'Istituto è cresciuto nel tempo, rinsaldandosi e fortificandosi. Non a caso abbiamo proposto ai nostri collaboratori una mattina di approfondimento sui progetti di charity portati avanti. Per una mezza giornata i computer e i telefoni di molti collaboratori sono rimasti spenti, mentre il Prof. Amadori raccontava come e perché esiste lo IOR. Abbiamo scelto questo metodo di testimonianza diretta in quanto crediamo che alla base del volontariato e del contributo che il singolo può dare ci sia sempre l'incontro tra le persone. La battaglia dello IOR merita di essere sostenuta in ogni ambito e con ogni forza.


Non solo ricerca: dalla cura della malattia siamo passati alla cura della persona a 360°. In questo senso si inscrive la creazione da parte dello IOR del PRIME Center. Voi siete stati tra le prime aziende a contribuire: cosa vi ha spinto?   

La cura della malattia e la cura delle persone sono priorità legate in modo indissolubile. Ciò è sempre più evidente con il passare degli anni e con il progresso delle terapie stesse, ma soprattutto è chiaro per chi vive il percorso della patologia e per chi gli sta accanto, come i suoi famigliari.  Per questo abbiamo aderito subito e con entusiasmo alla proposta. 


Dal giorno dell’incontro sono cambiate molte cose: la pandemia ha messo a dura prova il mondo intero. Come avete affrontato il lockdown e la necessità di dover comunque continuare a portare avanti la produzione, garantendo la sicurezza dei dipendenti? 

Abbiamo affrontato una sfida sconosciuta, drammatica e difficile. Riteniamo di avere svolto al meglio il nostro compito di utilità collettiva e di ciò dobbiamo ringraziare ciascun collaboratore. Un encomio particolare va sicuramente a coloro che si sono occupati della parte produttiva: la componente amministrativa, infatti, ha potuto dare il proprio fondamentale contributo lavorando in smart working.


Nel giro di meno di dieci giorni abbiamo attivato oltre 150 unità lavorative a distanza grazie ai nostri sistemi informatici. Viceversa gli addetti alla produzione non si sono fermati anche grazie all'adozione immediata di protocolli condivisi di mitigazione del rischio tra i più evoluti e completi. Abbiamo, ad esempio, costruito a tempo di record postazioni di lavoro individuali sulle linee produttive, dotato gli operatori di visiere facciali, diminuito le velocità di processo e diviso il personale per gruppi omogenei di lavoro. Le sanificazioni degli ambienti comuni sono aumentate e garantite 24 ore al giorno. La sfida prosegue tutt’oggi: occorre non abbassare la guardia. Per il momento l'abbiamo vinta insieme, e insieme vogliamo continuare a vincerla.

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