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come aiutarci

Il privilegio di tornare ad aiutare

La testimonianza di Annarita Cortecchia, operatrice socio-sanitaria dello IOR



“Prima del lockdown stavo seguendo cinque pazienti: conoscendone i bisogni e lo stato della malattia non è stato semplice doverli lasciare per due mesi consecutivi, sebbene si trattasse di una misura a tutela della loro salute. Personalmente, se da una parte mi sentivo grata per un periodo in cui avrei potuto ricaricare le pile, dall’altro conosco bene il peso che grava su una famiglia che deve prendersi cura, senza aiuti esterni, di un malato grave.

La pausa mi ha anche permesso di ripercorrere con la memoria i tanti momenti che ho vissuto accanto alle persone che ho aiutato: momenti di sofferenza ma anche divertenti, perché questo lavoro ti porta a saltare vari step di avvicinamento, per entrare nella sfera più intima e privata di un individuo in brevissimo tempo.


Ricordo per esempio una ragazza: era giovane, carina, terribilmente attaccata alla vita. Eravamo quasi coetanee: inizialmente non è stato facile trovare l’empatia necessaria per portare avanti la routine di cui è fatta la mia mansione. Ricordo il suo disagio a farsi vedere senza vestiti e lasciare che mi occupassi della sua igiene personale. D’altronde combattiamo contro una malattia infame che cerca di colpire le persone dove fa più male, ovvero nella loro dignità, e ti obbliga a metterti a nudo non solo emotivamente. 

Giorno dopo giorno, però, abbiamo trovato sempre maggiore confidenza, tanto da riuscire persino a trovare momenti di gioco: da estetista quale era, si prestava come modella per insegnarmi i segreti di un trucco perfetto. Prima che partisse per un ospedale del suo luogo di nascita, dove avrebbe dovuto sottoporsi ad una terapia sperimentale, ci salutammo con un forte abbraccio: lei mi regalò persino un segnalibro, un pensiero che aveva deciso di dedicare a tutti “i suoi angeli”, come definiva chiunque l’avesse aiutata. 


Ci siamo date appuntamento per rivederci qui, in Romagna: sapevo però che quella promessa, purtroppo, non sarebbe stata mantenuta. Quel giorno, di ritorno in auto, ho pianto tanto.

È davvero impossibile dimenticare le persone con cui ho condiviso gioie e dolori del percorso di assistenza domiciliare: dall’appassionato di ciclismo che tornava con la memoria alle imprese mitiche di corridori del passato mentre mi accompagnava al bar sotto casa per gustarsi il piacere di una tazza di caffè, all’anziano Don Giovanni che non perdeva occasione per fare complimenti in dialetto, con la moglie accanto che rideva di gusto di un’abitudine che, dopo tanti anni di matrimonio, conosceva bene. Piccoli momenti quotidiani, semplici, che però in certi periodi diventano attimi magici ed autentici, che raccontano la voglia di vivere che c’è in ciascuno di noi, nonostante tutto.


Non è stato semplice riprendere l’attività dopo il lockdown: per la prima volta ho vissuto qualche attimo di tensione, avvertendo la responsabilità di non nuocere al paziente più viva che mai. L’utilizzo dei dispositivi di protezione individuali, necessari per prestare assistenza in sicurezza, rendono tutto molto più lento e complicato: occorre tempo per vestirsi, in questo periodo fanno molto caldo, e il contatto umano e fisico sono resi necessariamente più difficoltosi. Ma il mio lavoro continua ad essere speciale. 

Anche se a volte è dura le persone che incontro, le emozioni che provo nel sentirmi utile per i pazienti più in difficoltà, mi rendono felice. È un lavoro che ho scelto e che continuerò a fare finché sarò in grado di portarlo avanti al meglio delle mie capacità.

Per questo motivo desidero ringraziare di cuore l’Istituto Oncologico Romagnolo, per avermi dato la possibilità di fare ciò che amo, vicino a persone che nonostante siano nel pieno di un percorso di sofferenza riescono sempre e comunque a restituire molto, molto più di ciò che prendono.


Essere un’assistente domiciliare, lo dico sempre, è un privilegio: non capita spesso e non capita a tutti di poter fare un lavoro che ti arricchisce di storie, di affetti, di esperienze, come quello che svolgo io. Tutto questo è merito dei pazienti che seguo: individui consapevoli che il loro tempo è purtroppo limitato, e che quindi non si risparmiano nel donarti gran parte di ciò che di più prezioso gli rimane. Devo ringraziare i loro famigliari, con cui si instaurano rapporti di gratitudine profondi, che vanno al di là dei vincoli di sangue. Ma soprattutto, come dicevo, devo ringraziare lo IOR, perché quando ha deciso di ritornare sul territorio romagnolo con l’assistenza domiciliare ha deciso di darmi fiducia, ed è una fiducia su cui non intendo sedermi ma che voglio fortemente meritare ogni giorno che entro nella casa di qualcuno che soffre”.


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