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Alberto Mantovani

L'immunoterapia: un nuovo continente di speranza



Classe 1948, milanese, il prof. Alberto Mantovani è medico e professore emerito di Patologia Generale presso l’Humanitas University. È inoltre Direttore Scientifico dell’Istituto Clinico Humanitas e Presidente dell’omonima Fondazione.


Al prof. Amadori la legava amicizia, stima e amore verso la ricerca. Come persistere in un ambito, quello oncologico, spesso avaro di risultati?

Dino Amadori ci ha insegnato che bisogna raccogliere le sfide come il cancro. Il nostro paese si sta muovendo bene: la sopravvivenza dei pazienti oncologici è superiore alla media europea. Penso che questo si debba a persone come il prof. Amadori, che hanno saputo raccogliere la sfida e seminare cultura e ricerca. Da scienziato quale era aveva colto in anticipo l’importanza che avrebbe assunto l’immunologia nel trattamento dei tumori, con grande capacità di visione.


Lei è uno dei principali esperti mondiali di immunoterapia. A che punto è la ricerca?

Il cancro è una malattia causata da alterazioni genetiche: negli ultimi anni si sono fatti straordinari progressi nell’individuarle e comprendere quali siano i migliori trattamenti per contrastarle. I risultati ottenuti dall’immunoterapia sono un lungo sogno che si realizza: già i padri della medicina moderna, più di cento anni fa, ne avevano intuito la potenza, dunque essere parte attiva della sua affermazione mi riempie di orgoglio. 

Ricordiamo tuttavia che prima dell’inizio del nuovo Millennio in questo ambito la ricerca aveva profuso molti sforzi ma ottenuto quasi altrettanti fallimenti. È stato solo quando abbiamo compreso che il cancro non si limita alla cellula tumorale ma è composto anche dalla sua nicchia ecologica, di cui fanno parte le difese immunitarie, che abbiamo cambiato paradigma e svoltato. In parallelo la maggiore conoscenza delle molecole che rappresentano gli acceleratori e i freni della risposta immunitaria hanno aperto la strada ad una terapia che non sostituisce le altre ma le affianca. 


Stiamo esplorando un nuovo continente, ricco di promesse e speranze. Affrontiamo questo viaggio con l’ausilio di strumenti sempre nuovi, come l’intelligenza artificiale. Di fronte a noi abbiamo ancora grandi sfide, ma sono fiducioso che non mancheranno i progressi.

A proposito di sfide: come vede l’attuale pandemia e quali ripercussioni può avere sulla lotta contro il cancro?

Citando Socrate, questo virus mi ha ricordato che a volte la conoscenza parte dal sapere di non sapere: d’altronde “la natura ama nascondersi”, come diceva Eraclito. Mi sono trovato in prima linea non solo a fare ricerca contro questo virus, ma anche a contribuire alla gestione di un’istituzione affinché i pazienti fossero in sicurezza. Tuttavia ho sempre sottolineato quanto sia importante non dimenticarci del cancro: sono molto preoccupato per il milione e mezzo di mammografie non svolte durante la prima parte dell’anno, e lo stesso vale per lo screening del colon-retto, per i tumori cutanei e così via.


Nel messaggio di cordoglio per la scomparsa del prof. Amadori a un certo punto scrive: “Dino mi volle al suo fianco nella trasmissione in cui fu fatto esplodere il caso Di Bella: è stato un onore essere insultato e dileggiato al suo fianco”.

Quanto fatto in quel periodo insieme ci ricorda l’importanza della responsabilità sociale che gli uomini di scienza hanno nei confronti della comunità e dei pazienti: un tema molto caldo anche oggi. All’epoca siamo stati oggetto di vituperio: ci accusarono di far parte di una casta chiusa all’innovazione, mentre al contrario stavamo difendendo gli interessi dei malati. Fu significativo che Dino mi chiese d’essere al suo fianco: era come se clinica e ricerca si prendessero per mano, alleandosi in difesa della conoscenza.

Abbiamo nuotato controcorrente, arrivando ad affermare come una sperimentazione clinica non fosse etica in quel caso perché non poggiava su alcuna base scientifica. A tanti anni di distanza quell’insegnamento è sempre più vivo: d’altronde il pericolo della diffusione delle fake news, oggigiorno, è quantomai sentito. Serve rispetto: verso i dati scientifici, verso le professionalità, ma soprattutto verso i pazienti, di cui dobbiamo curare gli interessi.



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