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Marica Innocenti

L'assistenza domiciliare: più che un lavoro, un privilegio



“Non è stato facile comunicare alle famiglie la sospensione del servizio ad inizio quarantena. Noi lavoriamo senza orario, in base alle necessità del malato: i loro cari sono abituati a vederci vicino nel momento del bisogno. Nella solitudine a cui li costringe spesso il tumore finisci col diventare parte della famiglia: una persona fidata a cui appoggiarsi non solo fisicamente ma anche per questioni pratiche, burocratiche, o a cui aprire il proprio cuore.

Per questo è stato tanto difficile restare lontana dalle mie attività. Ho provato a stare accanto alle famiglie che seguivo come ho potuto, con videochiamate o per telefono, con la frustrante consapevolezza che fosse un piccolo palliativo. Vedere su uno schermo i pazienti peggiorare e spegnersi lentamente mi ha fatto vivere il lockdown sapendo che, purtroppo, avrei perduto qualcuno dei malati che seguivo senza la possibilità di poter scambiare un abbraccio di conforto con lui o coi suoi cari: e per me, che vivo la mia attività in maniera molto “fisica”, è stato ancor più sconfortante.


Persone come Gino, che si rifiutava di lasciarmi andare via senza aver prima ricevuto un bacetto dalla sua OSS preferita. Oppure Piera, una nonnina di 97 anni di vita vissuta al massimo che si lasciava sempre coccolare volentieri, e che tutti i giorni mi confermava come avvertisse quanto fossero autentici i miei sentimenti verso di lei, dicendomi: «Sei una persona buona, lo sento che mi vuoi bene con il cuore, e anch’io te ne voglio». Ma poi riusciva anche a scherzare nei momenti in cui mi occupavo della sua igiene, chiedendomi come potessi fare questo lavoro.

La quarantena mi ha impedito di salutare Gino e Piera come avrei voluto, ma ora che ho ripreso a pieno regime sento di poter rispondere alla domanda della “mia” nonnina. Anche a me è capitato più volte di chiedermi chi me lo faccia fare: ma poi mi ricordo che il mio, oltre ad essere utilissimo, è anche un lavoro meraviglioso. Ogni paziente mi ha lasciato dentro una pennellata di colore. Quando ti prendi cura dei malati critici può capitare di trovare persone che si rifiutano di accettare la propria condizione, ma anche individui consapevoli che il tempo che gli rimane è limitato. Questi ultimi ti lasciano emozioni che non si possono descrivere a parole. 


Sono sentimenti autentici, che il paziente ti dona mettendoti il suo cuore in mano: tu non puoi fare altro che prendertene cura meglio che puoi. 


Persone come Giorgio, il primo paziente che ho seguito: un uomo all’apparenza burbero ma dall’animo molto dolce. Preferiva restare in solitudine, nel buio della sua stanza: ma ogni volta che arrivavo io lasciava che aprissi la finestra e facessi filtrare la luce. Il giorno della sua morte, ricordo che gli ero accanto: eravamo entrambi consapevoli come il momento fosse arrivato. Lui per la prima volta mi ha preso il viso tra le mani, e dopo una carezza mi ha detto semplicemente: «Bella».

Questo lavoro mi ha insegnato ad accettare la morte e la malattia come parte della vita. Sono tornata a farlo dopo il lockdown con varie difficoltà dovute soprattutto ai dispositivi di sicurezza, molto limitanti sia fisicamente sia mentalmente, perché è innaturale approcciarsi ai pazienti senza poter regalar loro un sorriso. Ma mi ritengo comunque fortunata, perché questa attività mi permette di assaporare ogni giorno, ogni minuto, ogni sensazione. Qualsiasi problematica viene spazzata via dalla consapevolezza che si tratta di un lavoro che non mi è capitato, ma che ho scelto e che continuerò a fare finché potrò.”



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