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Tiziano Carradori

Verso una Romagna sempre più integrata



Ha avuto un ruolo fondamentale nel processo di riordino delle varie AUSL territoriali in un’unica entità. Cosa manca per realizzare il sogno del prof. Amadori di realizzare un Comprehensive Cancer Care and Research Network?

La creazione dell’Azienda unica è stata formalizzata nel 2013, tuttavia era un discorso già d’attualità a fine anni ’90, quando ero il più giovane dei Direttori Generali che si confrontavano su questa possibilità. Ognuno di noi era necessario ma non sufficiente a garantire i massimi standard di presa in carico dei pazienti: uniti nelle nostre differenze avviammo un processo che ha avuto varie tappe, come la creazione di un laboratorio unico in Romagna. Forse per alcuni allora eravamo dei folli, ma i risultati che abbiamo ottenuto sono sotto gli occhi di tutti. Manca un ultimo step, l’integrazione all’interno di questo quadro dell’IRST: un’eccellenza che non può non fare parte dell’organizzazione sanitaria della Romagna.


Che ricordo ha del primo incontro col prof. Amadori?

Ho conosciuto Dino nella seconda metà degli anni ’80: ero appena rientrato in Romagna per assumere il ruolo di Assistente Medico di Igiene e Organizzazione dei Servizi Ospedalieri prima, e di Vice-Direttore Sanitario poi, dell’Unità Sanitaria Locale di Cesena. Non ero molto soddisfatto di quello che trovai, e confidai le mie preoccupazioni: mi consigliarono di parlare col prof. Amadori, che allora era solo dottore. Lo trovai a colloquio con uno dei suoi collaboratori più fidati, il dott. Fabio Falcini. Già all’epoca mi stupì il suo approccio: individuava elementi che sapessero coltivare sinergie esterne.


Che ruolo vede per il volontariato all’interno delle strutture sanitarie romagnole?

Ho trascorso parte della mia formazione nel Canada: là quelli sono chiamati “organismi comunitari” vengono inclusi nell’ambito dei processi di programmazione dei servizi. Sarebbe miope negare l’importanza del ruolo che il volontariato ricopre nel colmare determinate lacune. Penso che il mondo dell’associazionismo, in particolare quello che opera con le Istituzioni votate all’assistenza, concorra alla salute dei pazienti, dunque è naturale che venga incluso all’interno della nostra dialettica.


La responsabilità sanitaria di un territorio così ampio rappresenta un compito impegnativo, specie in questo periodo. Cos’ha cambiato il Covid-19?

Già dagli anni ’80 eminenti scienziati avevano richiamato l’attenzione sulla vigilanza di possibili fenomeni epidemici e pandemici. Inizialmente abbiamo pensato che questa emergenza avrebbe toccato persone lontane: ma la globalizzazione non è esclusivamente economica, e i virus non conoscono confini. Occorre essere preparati. Per chi fa il mio mestiere il Covid-19 ha imposto cambiamenti significativi: il termine “ridondante”, per esempio. Quando è scoppiata la pandemia ero Direttore Generale dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara e fino a due giorni prima, guardando all’organizzazione di quella struttura, pensavo: “Che spreco di spazi”. 


Una volta iniziata l’emergenza, però, mi sono dovuto ricredere e ho benedetto la possibilità di disporre di ampie strutture: ciò che era ridondante prima, non lo è stato più dopo. Il Covid-19 può insegnarci qualcosa che dovrà rimanere anche una volta circoscritta la pandemia: occorre ripartire dalle cose semplici affinché non vengano disperse. Qual è il metodo migliore per ridurre la diffusione dell’infezione, se non la pratica quotidiana del disinfettarsi le mani e del prendersi cura della propria igiene? Insegnamenti su cui Semmelweis ha acceso l’attenzione già a metà del 1800: eppure forse li abbiamo dati troppo presto per scontati.



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