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Alma Germana Buonopane

Musica ed emozioni in Hospice



Alma Germana Buonopane è musicista e musicoterapista: presta servizio per l’Istituto Oncologico Romagnolo presso l’Hospice “Santa Colomba” di Savignano dal 2008 e, dal 2017, presso l’Hospice “Corelli Grappadelli” di Lugo e Villa Agnesina di Faenza . Con lo IOR porta avanti anche un percorso di volontariato come facilitatrice del Gruppo Emily, dedicato al supporto delle persone che hanno subito un lutto. È diplomata in viola e violino.


Di cosa parliamo quando parliamo di musicoterapia?

Per musicoterapia si intende una disciplina che utilizza il suono e la musica come strumento d’intervento per lenire alcune sintomatologie legate a diverse patologie. La malattia oncologica non è l’unico ambito i cui pazienti possono beneficiare da questo tipo di percorso: persone con Alzheimer, morbo di Parkinson, ragazzi affetti da autismo ma anche da semplici disturbi legati all’ansia e allo stress testimoniano significativi miglioramenti delle proprie condizioni. Per la verità, rientrando nell’ambito delle artiterapie, la musicoterapia può spaziare molto e può coinvolgere anche persone “sane”, offrendo comunque un percorso di crescita personale. D’altronde parliamo di una disciplina antichissima, di cui troviamo tracce non solo nella mitologia ma anche nella storia.


Cosa spinge una musicista a diventare musicoterapista?

Una cosa non esclude l’altra: io collaboro con vari gruppi e, parallelamente, porto avanti questo tipo di attività. Ho iniziato quasi per caso: mia madre un giorno ha letto di un articolo sull’argomento, me l’ha proposto e da lì è nata una curiosità che si è presto trasformata in interesse e poi in passione. La scelta di portare la musica negli Hospice è invece legata a trascorsi più personali: oramai trent’anni fa mio padre si ammalò e venne a mancare nel giro di sei mesi. All’epoca tutto quel che concerne le cure palliative e la terapia del dolore era molto meno conosciuto di adesso: sicuramente si tratta di un evento traumatico che mi ha segnato profondamente. Quando ho saputo, quindi, che a Savignano, dove vivo, era nata una struttura come l’Hospice mi sono proposta per un percorso di musicoterapia: caso volle che la dott.ssa Cristina Pittureri ed il suo staff stavano giusto cercando una figura di questo tipo e così è iniziato tutto. Si tratta di un’attività che mi dà enormi soddisfazioni, sia come musicista che dal punto di vista umano, aspetto quest’ultimo che a volte chi è molto preso dal discorso artistico rischia di tralasciare. Questo servizio mi permette di portare la musica dappertutto e di intervenire anche in situazioni difficili e dolorose.


Esistono studi scientifici che dimostrino l’efficacia della musicoterapia?

Un po’ come per tutte le medicine complementari la ricerca scientifica ha focalizzato il proprio interesse su questa disciplina soprattutto nell’ultimo decennio, ma oramai le sperimentazioni che ne dimostrano l’efficacia su vari ambiti sono numerose. Brian Harris, un musicoterapeuta, ha scritto in un articolo ultimamente che non esiste sulla Terra uno stimolo che coinvolga in maniera così globale il cervello come la musica. Come dicevo prima ci sono evidenze scientifiche che affermano come questa disciplina sia in grado di migliorare la qualità di vita dei malati di Alzheimer, aumentandone le capacità di socializzazione, diminuendo al contempo gli scatti d’ira e la propensione alla depressione legata al peggioramento della patologia o alla istituzionalizzazione presso strutture dedicate. 


Nei malati oncologici la musicoterapia si è dimostrata in grado di ridurre il dolore e di avere effetti benefici sull’umore. Si tratta infine di uno strumento molto efficace anche nella presa in carico di bambini e ragazzi affetti da autismo o malattie psichiatriche.


In cosa consiste una sessione di musicoterapia presso l’Hospice?

La teoria vorrebbe che un percorso di musicoterapia avesse la durata di minimo tre mesi con incontri a cadenza settimanale della durata di circa un’ora.  Il periodo di degenza presso l’Hospice è decisamente inferiore e trattandosi di pazienti con patologie importanti si è costretti a concentrare il tutto. Questo, comunque, non pregiudica il coinvolgimento da parte di chi partecipa ad un incontro, che può spaziare dall’ascolto di musica preregistrata e dal vivo sino a delle brevi improvvisazioni suonate insieme con strumenti di facile approccio come possono essere i tamburelli, le maracas o i sonagli. Ricordo con piacere, anni fa, un signore che sono riuscita a coinvolgere, che alla fine dell’incontro in dialetto mi disse: «ma guarda un po’, dovevo finire in ospedale per suonare uno strumento!».  All’inizio della mia esperienza come musicoterapista in Hospice a volte ho avvertito un po’ di scetticismo nei confronti della mia attività, ma piano piano questo piccolo “muro”, chiamiamolo così, è venuto a cadere.  Oggi sono molte le persone che apprezzano il servizio. All’ascolto di note famigliari dal significato profondo assisto a forti emozioni di commozione che quasi sempre vengono definite “lacrime di gioia”. Ecco, come dicevo prima si tratta di sessioni più brevi e concentrate, ma la musica come linguaggio universale le riesce a trasformare in piccole gocce “preziose”, sia per loro che per me.


Come hai vissuto le restrizioni imposte dalle normative sulla pandemia? Pensi che le nuove tecnologie possano aiutare a far arrivare la musicoterapia in reparto?

Nel 2020 i miei incontri in Hospice sono andati un po’ a singhiozzo: c’è stata una piccola ripresa a settembre e ottobre, ma purtroppo è stata una breve parentesi. Sono tornata a Savignano a dicembre: in ottemperanza alle normative ho suonato lungo il corridoio, mantenendo così le distanze ma in modo che sia i pazienti che gli operatori potessero sentirmi. Ho visto la gratitudine sia negli occhi delle infermiere che dei degenti: il sentimento era reciproco, per me la musica comporta sempre uno scambio fra chi suona e chi ascolta. Le nuove tecnologie possono sicuramente aiutare: in certi reparti vengono già portati avanti servizi di questo tipo, che si appoggiano alle piattaforme online. Tuttavia, ritengo che la musica dal vivo sia un’altra cosa: anche se suonata lungo un corridoio, o comunque dove si può, in modo che possa arrivare direttamente senza uno schermo di mezzo.


Pensi che l’apertura del PRIME Center presso Cesena potrà contribuire ad una maggiore diffusione della musicoterapia?

Lo spero: come ho detto in precedenza non esistono persone specifiche di riferimento a cui la disciplina si rivolge, quindi ben vengano pazienti oncologici, ex pazienti oncologici, ma anche giovani, meno giovani o semplici curiosi. L’importante è avere una sala attrezzata, creatività e voglia di mettersi in gioco. Non ho ancora avuto modo di vedere il PRIME Center, ma so che avrà spazi dedicati alla musicoterapia: è un qualcosa di eccezionale, quindi non vedo l’ora di iniziare.



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