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Giovanni Paganelli

Medicina Nucleare: cos'è la "teragnostica"



Il prof. Giovanni Paganelli è attualmente Direttore dei dipartimenti di Medicina Nucleare Diagnostica e Medicina Radiometabolica dell’IRST IRCCS di Meldola. Dirige inoltre la Scuola di Specializzazione in Medicina Nucleare presso l’Università degli studi di Ferrara. Dopo essersi laureato in Medicina e Chirurgia presso l'Università degli Studi di Bologna nel 1980, nel 1987 ha beneficiato di una borsa di studio IOR per trasferirsi presso l’Oncology Group dello Hammersmith Hospital di Londra. Vincitore del premio “Marie Curie” nel 1998, la European Association of Nuclear Medicine ha recentemente deciso di attribuirgli nuovamente il riconoscimento per i suoi studi sui tumori prostatici.


Prof. Paganelli, può darci qualche suggestione riguardo la ricerca che le ha permesso di aggiudicarsi nuovamente l’ambito premio “Marie Curie”?

Si tratta di uno studio riguardante l’applicazione di un nuovo farmaco, chiamato LU-PSMA: una radioterapia mirata che colpisce selettivamente le cellule neoplastiche dei tumori alla prostata in fase avanzata. Notando come in alcuni pazienti tale strategia dava risposte eccellenti, mentre in altri meno pur presentando caratteristiche simili, ci siamo chiesti quale fosse la discriminante: trattandosi di medicina di precisione, ovviamente, i dettagli fanno la differenza. Su suggerimento del mio collega, dott. Ugo De Giorgi, che dirige il gruppo di Patologia Uro-Ginecologico dell’IRST, siamo giunti alla conclusione che l’efficacia della terapia fosse minore e meno duratura laddove si manifestasse la presenza di mutazioni genetiche legate alla sovraespressione di recettori per gli androgeni. 


Abbiamo così capito che la nuova radioterapia recettoriale dev’essere applicata in fase più precoce di malattia per quei pazienti che non abbiano una tale anomalia, cosa che possiamo verificare tramite le moderne tecniche di imaging molecolare e genetico. Si è trattato dunque di un bel lavoro di squadra: ci tengo quindi a condividere questo riconoscimento con tutti i miei collaboratori.


La medicina nucleare è una componente fondamentale dell’oncologia, soprattutto da un punto di vista diagnostico. Può parlarci dell’attività che in questo senso portate avanti in Istituto?

La tecnica diagnostica più importane in Medicina Nucleare è senz’altro la PET, ovvero la Tomografia ad Emissione di Positroni. Si tratta di un esame simile alla TAC che ci permette di studiare come funzionano i tumori e quali sono le caratteristiche molecolari degli stessi. In questo modo possiamo capire in anticipo se un tumore risponderà ad un determinata cura o se, invece, sia meglio passare ad altro, risparmiando tempo prezioso, effetti collaterali inutili e relativi costi in termini di denaro e sofferenza. Attualmente in IRST facciamo alcuni tipi di PET con radiofarmaci molto specifici per i tumori prostatici: diversi pazienti vengono da tutta Italia, inviati da colleghi oncologi che non hanno a disposizione questa tecnica diagnostica.


La medicina nucleare si sta sempre più imponendo anche al di là del campo prettamente diagnostico per entrare nell’ambito terapeutico della cura dei tumori. Lei in questo senso è stato un pioniere, non è così?

Ho sempre spiegato ai miei studenti che la medicina nucleare è come un aeroplano, dove un'ala rappresenta la diagnosi e l'altra la terapia. Solo laddove siano presenti entrambe, si può volare. Oggi definiamo questo concetto con il termine di “teragnostica”. Nella pratica clinica possiamo usare la stessa molecola per "vedere" il tumore con la PET e anche per "colpirlo", grazie alla Radioterapia Recettoriale. Si tratta di utilizzare il giusto isotopo o radiofarmaco. Un radiofarmaco è costituito da un vettore che riconosce la cellula tumorale, e da un isotopo radioattivo in grado di localizzarla e distruggerla. 


Si basa tutto sui principi della fisica che regolano l'energia e lo spazio: il nostro lavoro è colpire un tumore senza danneggiare l’ambiente circostante. Il limite attuale della “teragnostica” è che non per tutti i tumori abbiamo la molecola giusta: credo comunque che sia solo questione di tempo e di risorse dedicate alla ricerca.


Il suo rapporto con lo IOR è molto consolidato: oltre ad avere sostenuto il progetto IART, l’Istituto Oncologico Romagnolo le ha riconosciuto una borsa di studio per formarsi presso l’Hammersmith Hospital di Londra, ad inizio carriera. Cosa ricorda di quella esperienza?

Ero giovane ma covavo già dentro di me il sogno di fare ricerca ad alto livello. Ero spaventato ma al tempo stesso deciso a portare avanti questo progetto. Mi trovavo in una prestigiosa Istituzione inglese insieme ad altri giovani professionisti provenienti da tutto il mondo. Parlavo male la lingua ma per fortuna lavoravo con un collega, Nigel, che aveva sposato una italiana e quindi capiva l’italiano. In sei mesi ho imparato a parlare abbastanza bene, anche perché raramente stavo con altri compatrioti. Le mie ricerche erano proprio dedicate al sistema avidina-biotina legato all'uso di anticorpi monoclonali, su cui si basa proprio il progetto IART sostenuto dallo IOR: uno studio che indaga l’efficacia di una nuova metodica, meno impattante ed invasiva per la paziente, per il trattamento del tumore mammario non palpabile. A causa della recente pandemia stiamo avendo qualche ritardo per l’allestimento del radiofarmaco: la buona notizia è che nel 2021 dovremmo essere in grado di partire con tutte le autorizzazioni necessarie dell’Agenzia Italiana del Farmaco.


Nella sua carriera ha avuto modo di collaborare a stretto contatto con grandi medici, come Umberto Veronesi e Dino Amadori. Ha un aneddoto da raccontarci su queste due grandi figure dell’oncologia? In cosa erano simili e in cosa si differenziavano?

Entrambi avevano la capacità di vedere oltre il contingente e hanno dimostrato di saperne superare i limiti, spinti dall’obiettivo di cambiare certi luoghi comuni e migliorare l’offerta terapeutica oncologica. Per realizzare ciò erano ambedue consapevoli che l’unica strada percorribile fosse quella della ricerca, verso cui nutrivano una passione viscerale. Le differenze erano probabilmente legate al luogo da cui operavano: avendo personalmente vissuto venticinque anni a Milano operando all’interno del San Raffaele prima, e dell’Istituto Europeo di Oncologia poi, posso affermare come quella realtà sia profondamente diversa da quella romagnola, a cui sono tornato grazie anche e soprattutto al mio legame col prof. Amadori. In generale ritengo una fortuna aver lavorato con questi due giganti dell’Oncologia, che mi hanno insegnato a mantenere sempre vivo il sacro fuoco della ricerca senza perdere mai di vista i bisogni primari dei pazienti.


Il prof. Amadori era uno dei più strenui sostenitori della creazione di un’unica rete oncologica romagnola, il “Comprehensive Cancer Care and Research Network”. Secondo lei che ha vissuto in realtà oncologiche molto strutturate, come quella di Londra e Milano, è un progetto percorribile? Quanto ci siamo vicini e cosa manca ancora?

Quello che è riuscito a realizzare il prof. Amadori con l’IRST è sotto gli occhi di tutti: senza di lui io sarei sicuramente rimasto a lavorare a Milano, sebbene il mio cuore parli in dialetto romagnolo. Il grande rimpianto è che sia venuto a mancare proprio quando il sogno di una Romagna unita in un’unica rete oncologica stava per diventare realtà: penso infatti siamo molto vicini a portare a compimento l’idea del Comprehensive Cancer Care and Research Network, il cui obiettivo altro non è che offrire ai pazienti il meglio del nostro territorio in termini di presa in carico senza perderci in controproducenti doppioni o anacronistici campanilismi. Credo che la grande maggioranza dei medici abbia ben chiaro questo concetto e lo approvi: ora mi sembra ci sia anche la volontà politica di realizzarlo, dunque ritengo manchi poco.

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