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Monia Fabbri

Condividere una storia aiuta noi stessi e gli altri

Quando si parla di donazioni, istintivamente il pensiero corre alla disponibilità economica di una persona: quanto può essere in grado di sottrarre alla routine quotidiana per destinarlo a servizi dedicati a buone cause. Nel caso dell’Istituto Oncologico Romagnolo, il ricavato viene suddiviso tra sostegno della ricerca scientifica, delle attività per agevolare il processo di guarigione dei pazienti oncologici e dei progetti di prevenzione e sensibilizzazione: tre aspetti di un’unica grande mission, quella della lotta contro il cancro in Romagna. Va da sé che questo tipo di contributi sono fondamentali per l'attività di qualsiasi Onlus.

Tuttavia esistono donazioni meno conosciute, forse meno considerate, poiché attengono a variabili più difficilmente quantificabili ma altrettanto importanti. Cos’è infatti un Volontario, se non un donatore di tempo? Dedicare parte della propria giornata, della propria settimana, a prendersi cura a titolo completamente gratuito di una persona che soffre, a rendere i servizi di assistenza non solo possibili ma anche accessibili a chiunque, è un gesto che non ha prezzo.

Ma esiste anche un altro tipo di donatore: un donatore il cui valore è sempre più inestimabile. È il donatore di storie, che condivide l’esperienza personale con altruismo e coraggio, affinché il proprio vissuto possa essere utile al prossimo. Chi legge il racconto di queste persone trova al suo interno piccole perle disseminate, fondamentali per chi le sa cogliere: utili consigli per portare avanti gesti di prevenzione che possono salvare la vita; aneddoti e vicende comuni, che ti fanno sentire un po’ meno solo; o ancora speranze, perché una diagnosi di cancro non rappresenta il fischio finale, ma l’inizio del primo tempo. Quanto vale un buon consiglio? Quanto vale il conforto? Quanto vale la speranza?

Monia Fabbri è un donatore di storie: per diventarlo, ha scritto all’Istituto Oncologico Romagnolo compilando il form che ha trovato sul sito www.ior-romagna.it. E ha avuto il coraggio di raccontare la sua battaglia contro la malattia. “Nel 2014 mi è stato diagnosticato un tumore del colon-retto”, si legge nella lettera che ci ha scritto. “Ho scoperto la malattia per una circostanza davvero banale: ogni volta che utilizzavo l’aceto, per condire l’insalata ad esempio, la lingua mi si gonfiava e mi si tagliava, cosa che mi procurava forti bruciori alla bocca. Il collutorio un minimo placava questo fastidio, che però puntualmente si ripresentava”.

“Visto il persistere del problema mi sono recata in ospedale per alcuni esami, che hanno evidenziato una forte anemia”, prosegue. I livelli di emoglobina di Monia erano a 6 g/100 ml.            

“Nonostante fosse un periodo davvero intenso al lavoro, e fossi restia ad approfondire quella che ritenevo essere una semplice banalità, il dottore mi ha imposto il ricovero ed una serie di esami, da cui è emerso un tumore”. La reazione di Monia ad una notizia che molti definirebbero scioccante è al contrario piuttosto leggera: forse perché non si rende pienamente conto del significato di una tale diagnosi; forse per salvaguardare il figlio Nicolò, che all’epoca frequenta la quinta elementare; o forse perché il sostegno della famiglia e delle persone che le vogliono bene è tale che tutto il resto passa in secondo piano.

“Mi sono operata a Bologna nel periodo tra Pasqua e ponte del 25 aprile: così i miei genitori, Mirella e Giorgio, mio marito Emanuele, mio figlio, persino i miei zii ne hanno approfittato per prenotare un campeggio e alloggiare in camper. Negli orari di visita mi facevano compagnia durante la settimana di ricovero; il resto del tempo lo trascorrevano da turisti, a zonzo per la città. Una sera ricordo che sono venuti anche degli amici da Faenza: alla chiusura del reparto, sono andati tutti quanti a cena a mangiare messicano”.

Il momento più difficile, per Monia, è stato probabilmente quello della terapia. “Mi spaventava quasi di più la cura della malattia. Ricordo la prima volta che mi sono sottoposta ad una sessione di chemioterapia: al termine ero talmente stanca che una volta giunta a casa mi sono sdraiata a letto. È stato un errore: ho trascorso una nottata davvero difficile, e per la prima volta ho avuto dei dubbi riguardo la mia reale capacità di superare quel momento complicato. Tuttavia, durante la seconda sessione ho conosciuto un uomo: un anziano con una recidiva al fegato dopo aver sofferto di una neoplasia all’intestino. Ricordo che veniva in ospedale da solo, in motorino: la sua unica preoccupazione era quella di terminare le terapie entro le 13, perché il pomeriggio doveva trascorrerlo nell’orto, a lavorare la terra. Mi sono detta: se lui ha la forza di andare nel campo dopo la chemioterapia, perché dovrei passare il mio tempo a letto?”.

Consiglio, conforto e speranza sono cose che possono arrivare da chiunque, persino da uno sconosciuto, probabilmente ignaro che, nell’attimo in cui parla, sta contribuendo a cambiare radicalmente la tua vita. “Da quel momento in poi mi è scattato qualcosa, anche grazie ai preziosi consigli della dott.ssa Samorì, la psiconcologa che ha seguito il mio percorso di cura: ogni pomeriggio trovavo qualcosa da fare per evitare di stendermi."

"Tra shopping, lunghe camminate e pedalate sul lungomare della Riviera Romagnola, non stavo mai ferma: nemmeno quando mi sentivo a pezzi. Gli effetti della terapia non hanno portato alla caduta dei capelli, tuttavia erano particolarmente feroci sulle mani e sui piedi: ciò nonostante, avevo troppa paura di ripetere la brutta nottata della mia prima volta per riposare. A volte potevano essere 7 km; a volte 10 km, a seconda di come mi sentivo. Ma non ho più smesso di camminare e fare sport: rimanevo talmente poco a casa che ero preoccupata per la visita fiscale”. Un cambio radicale di stile di vita, che prosegue anche ora che, per Monia, il peggio è passato.

Condividere ciò che si prova con le persone che ci vogliono bene spesso è potente quanto una medicina. Una diagnosi cambia la vita, ma la vita non finisce con la diagnosi

Monia Fabbri            

“E’ ancora presto per considerarmi guarita: tutt’ora mi sottopongo a visite regolari, e appena sento qualcosa che non va ammetto di correre dal medico. D’altronde, anche mio marito dice sempre che fosse capitato a lui, probabilmente non ce l’avrebbe fatta perché avrebbe sottostimato la gravità di certi piccoli sintomi. Per questo consiglio a tutti di sottoporsi ad esami regolari, e non dare nulla per scontato: nel mio caso ha fatto davvero la differenza”. Un’ultima cosa prima di terminare, Monia, ci tiene a dirla. “Nell’affrontare la malattia serve un atteggiamento sempre positivo e propositivo. Mi è capitato di parlare con persone che faticavano ad aprirsi, quasi come se avere il cancro fosse una vergogna. Io lo raccontavo a tutti: la gente rimaneva sbigottita, addirittura alcuni mi hanno confidato di aver perso il padre per un tumore solo ‘perché a te lo posso dire’. Non so se sia per una questione di rifiuto o cos’altro: ma condividere ciò che si prova con le persone che ci vogliono bene spesso è potente quanto una medicina. Una diagnosi cambia la vita, ma la vita non finisce con la diagnosi”. Quanto vale un consiglio? Quanto vale la speranza?


Fai come Monia: dona anche tu la tua storia

Le tue esperienze, il tuo vissuto, possono essere utili per moltissime persone. Nelle tue parole una persona che sta affrontando la malattia può trovare un consiglio, un conforto, una speranza. Non esistono storie banali: esistono solo le storie, e la voglia di raccontarle. Vuoi raccontarci la tua?


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