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Malattia e adolescenza

Il difficile ritorno alla normalità

Salve, sono una madre di un ragazzo di dodici anni affetto da leucemia. Dopo un lungo periodo passato in ospedale per le cure, è venuto il momento per lui di tornare a scuola.  Ovviamente cerco di non farglielo capire, ma io e mio marito abbiamo molta paura: e se fosse troppo presto? Se dopo tanto tempo non riuscisse a seguire le lezioni? O venisse un po’ escluso dai compagni? Lui non vede l’ora di ritrovare i suoi amici, ma mi chiedo se sia la scelta giusta… Quali consigli potete darmi?

La risposta della nostra esperta

Dott.ssa Samanta Nucci

Psicologa presso Oncoematologia Pediatrica Ospedale Infermi

Rimini                

Gentile Signora,

l’adolescenza è già di per sé un periodo molto particolare e complicato: la malattia non fa altro che renderlo ancor più difficile. Il ragazzo a quell’età tende ad iniziare a cercare la propria autonomia, anche tramite atteggiamenti di aperta ribellione: ma il giovane, quando ha a che fare con un problema come il tumore, sperimenta al contrario un rapporto di forte dipendenza dalla propria famiglia. Come si può ben capire si tratta di due slanci che vanno in direzione opposta, e che spesso disorientano. Il ragazzo finisce quindi per soffrire questo movimento ambivalente di ricerca di autonomia e forzata dipendenza dai propri genitori, che spesso hanno molta più paura dei propri figli del cosiddetto “ritorno alla normalità”. È perfettamente comprensibile un certo timore, ma occorre fare attenzione perché questo aspetto può essere particolarmente pericoloso.

Come in tutte le cose è consigliabile un approccio di tipo graduale: il reinserimento in ambiente scolare, come peraltro nelle attività extra, come la pratica sportiva, può dimostrarsi infatti davvero difficile per l’adolescente, per una serie di motivi. Innanzitutto, nel periodo in cui il ragazzo si è dovuto assentare per seguire le terapie, il gruppo dei suoi coetanei ha svolto delle attività, ha vissuto delle esperienze: insomma è andato avanti, cosa che può portare ad un senso di esclusione. Gli altri hanno fatto cose che suo figlio non poteva fare a causa del periodo di ospedalizzazione, e parleranno di argomenti che lui non conoscerà: sarà necessario riconquistarsi il proprio spazio all’interno delle relazioni che ha coi suoi amici anche se gli adolescenti, contrariamente a quanto si creda, sovente sanno essere molto più bravi nell’accogliere gli altri rispetto agli adulti.

In seconda battuta, il cancro trasforma il ragazzo non solo dal punto di vista fisico, con i noti effetti collaterali che i trattamenti a base di cortisone e la chemioterapia possiedono, ma anche mentale: il giovane che ha attraversato una malattia di questo tipo è molto più maturo rispetto ai suoi coetanei, vuoi a causa della routine imposta dall’ospedalizzazione, vuoi per la percezione di un’effettiva minaccia alla propria vita, cosa che gli altri adolescenti non sperimentano. Un ulteriore aspetto è quello dell’essere rimasti indietro dal punto di vista del programma scolastico: spesso è complicato convincere i pazienti a tornare a sgobbare sui libri, seguire le lezioni e fare i compiti, anche perché recuperare il terreno perduto richiede uno sforzo immane esponendosi allo smacco di non riuscire a farcela.

Per tutti questi motivi noi consigliamo sempre, come detto in precedenza, un approccio di tipo graduale: prima del reinserimento vero e proprio occorre seguire un percorso domiciliare di lezioni su argomenti scelti in collaborazione con la scuola, di modo che il ragazzo non patisca troppo il rientro. Magari di tanto in tanto provi a invitare a casa anche qualche insegnante, o qualche amico. L’importante è che quando deciderà che suo figlio è pronto per tornare sui banchi, o sul campo di calcio, o in palestra, eviti la tentazione di proteggerlo troppo: atteggiamenti come “magari per ricominciare vai solo un paio d’ore” o “se senti che ti fa male fermati subito” sono assolutamente deleteri. Fanno passare il messaggio che siamo convinti che il ragazzo non ce la possa fare a reggere l’urto di un intero programma giornaliero: di lì a inculcare nell’adolescente la convinzione di essere ancora malato, il passo è purtroppo brevissimo. Lasciamo che vada a scuola e torni ai suoi doveri esattamente come gli altri suoi coetanei: sarà poi lui, nel caso, a dirci se non ce la fa. Ma, nella mia esperienza, posso dire che i giovani che affrontano una malattia possiedono una forza tale che difficilmente non riescono a reggere l’urto del rientro, per quanto effettivamente complicato. L’importante è capire qual è il nostro ruolo, e non smetterne mai i panni: sebbene sia umano avere la tendenza a viziarli il più possibile, anche nella malattia per il loro bene è opportuno mettere dei paletti e mantenere la propria figura educativa. Sembra paradossale, ma la mancanza di un freno spaventa l’adolescente: essere troppo permissivi lo porta a pensare di essere più grave di quanto pensi.

Per concludere, una raccomandazione: può sembrare banale, ma non bisogna mai perdere di vista l’identità del ragazzo. Suo figlio ha una malattia, non è una malattia. Purtroppo, anche a causa della trasformazione avvenuta sia esternamente sia internamente nell’adolescente, molti genitori tendono a guardare il proprio figlio e a vedere il tumore. Va da sé che si tratta di un atteggiamento involontario, che assumiamo anche inconsciamente, tuttavia dobbiamo essere consapevoli del pericolo e agire di conseguenza. Anche quando perde i capelli, anche quando è gonfio a causa del cortisone, bisogna rifuggire la tentazione di identificare l’adolescente con il problema che ha. Nostro figlio rimane una persona, con le sue esigenze, le sue necessità, i suoi timori, le sue speranze: impariamo ad ascoltarle, a capirle, e tutto andrà per il meglio.

Spero di esserle stata d'aiuto.

In bocca al lupo per tutto e auguri per una pronta guarigione,

Tanti cari saluti,

dott.ssa Samanta Nucci                


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