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Federico Cappuzzo

La Romagna: terra d'innovazione nella lotta contro il cancro

Dall’aprile 2016 il dottor Federico Cappuzzo è il nuovo direttore dell’Unità Operativa di Oncologia di Ravenna, Lugo e Faenza; dal 2 gennaio 2017 è anche a capo del Dipartimento di Oncoematologia di Ravenna. Classe 1968, siciliano, si laurea con il massimo dei voti all’Università degli Studi di Palermo in Medicina e Chirurgia a soli 24 anni. Dopo aver ottenuto la specializzazione si trasferisce all’Istituto Nazionale per lo studio e la cura dei Tumori di Milano. Diviene ben presto uno dei punti di riferimento per la cura delle neoplasie polmonari, tanto da essere nominato membro della Società di Oncologia Medica prima italiana, poi europea, infine americana; dal 2004 fa parte inoltre della International Association for the study of Lung Cancer (IASLC), l’unica organizzazione globale dedicata allo studio del cancro al polmone.  

Dottor Cappuzzo, facciamo un piccolo passo indietro: prima di trasferirsi in Romagna, lei era Direttore dell’Unità Operativa di Oncologia Medica e del Dipartimento Oncologico di Livorno. Quali sono le principali differenze che ha riscontrato?

Innanzitutto, quello romagnolo è un dipartimento molto più vasto rispetto a quello a cui ero abituato in Toscana: si tratta di un’area immensa che parte da Faenza e si spinge fino a Cattolica, che conta oltre un milione di abitanti con esigenze e caratteristiche peculiari. Poter attingere da un tale bacino d’utenza è indubbiamente un grande vantaggio sia in termini di esperienza che di possibilità legate alla ricerca scientifica: è più probabile attrarre farmaci innovativi, anche grazie alla innegabile professionalità delle figure mediche che qui operano. La fusione delle aziende, il fatto di aver creato un’unica entità, secondo me può rappresentare un ulteriore passo avanti in questo senso.

Quali sono gli obiettivi che vi siete posti in Area Vasta?

Il principale intento è fare in modo che qualunque cittadino della Romagna possa disporre delle migliori cure e terapie a prescindere dal punto d’accesso alla terapia oncologica. Vogliamo evitare che possano esistere in questa area delle zone svantaggiate. L’eccellenza del trattamento dev’essere un tratto distintivo di tutte le nostre strutture: non solo a livello locale ma di area. Per fare questo occorre un ragionamento “a rete”: serve superare le logiche campanilistiche e lavorare per migliorare non solo l’assetto oncologico, ma anche tutti quei servizi che permettono all’oncologia di funzionare. Senza le chirurgie, senza le radiodiagnostiche, senza i laboratori, insomma senza un approccio integrato lo studio e la cura dei tumori non può essere di alto livello. Stiamo lavorando affinché ogni cittadino della Romagna possa avere a disposizione le cure migliori e maggiormente innovative vicino a casa propria: l’obiettivo è che ogni caso venga discusso da un board di medici specializzati e con determinate competenze, garantendo al contempo l’accesso ai programmi scientifici più promettenti.

La Romagna come terra d’innovazione dal punto di vista oncologico, quindi.

Assolutamente: la ricerca è il cuore dell’attività della nostra azienda. Alcuni dicono che fare ricerca è una cosa e fare assistenza è un’altra, alludendo al fatto che l’una è meno importante dell’altra: ma secondo me, chi afferma questo in tutta franchezza non ha capito nulla.

In medicina in generale, e in oncologia in particolare, non si può fornire una buona assistenza senza un’attività di ricerca. Come dicevamo prima, il paziente deve poter ricevere sempre e comunque il miglior trattamento: ma il miglior trattamento è un connubio di attività scientifiche e assistenziali. In quest’ottica, presso l’ospedale di Ravenna è stata fortemente potenziata la parte dedicata alle cure palliative. Inoltre abbiamo dato il la a programmi scientifici di altissimo livello, essendo stati accreditati per gli studi di Fase 1: quelli che, per capirci, si concentrano su farmaci fortemente innovativi, ancora non testati sull’uomo. Questo tipo di sperimentazioni oltre che all’IRCCS di Meldola, arriveranno a Ravenna rendendo così anche il nostro istituto una struttura all’avanguardia non solo a livello nazionale ma internazionale per quel che riguarda le terapie a bersagli molecolari, i cosiddetti farmaci intelligenti, oltre che nel campo dell’immunoterapia che rappresenta in questo momento l’argomento più affascinante e promettente.

Quali sono dunque, secondo lei, le prospettive per il prossimo futuro?

Intanto, fare in modo che la Romagna diventi un gruppo forte e coeso, premessa fondamentale per fare qualsiasi tipo di attività, sia assistenziale che di ricerca. Questa regione dal mio punto di vista ha una grandissima opportunità, e deve saperla sfruttare mettendo da parte possibili diatribe e campanilismi. Secondo me è fondamentale puntare ad una totale unità di intenti: cosa che non rappresenta assolutamente un’utopia, vista la volontà e la voglia di lavorare ed emergere tipiche di questa terra. Occorre lavorare tutti insieme per un obiettivo comune, sfruttando nella maniera migliore le incredibili competenze dei professionisti e delle strutture che la Romagna può vantare: basti pensare all’IRST di Meldola, un istituto che rappresenta un’assoluta eccellenza. Con un minimo di raziocinio ed accordo tra le parti, sarà possibile mettere in piedi un’imponente attività oncologica da noi.

Il suo specifico è il tumore al polmone: quale situazione ha trovato in Romagna?

I dati che abbiamo in nostro possesso dicono che la casistica è in linea con la media nazionale. Purtroppo si tratta di una patologia in aumento in certe categorie di persone: come le donne ma anche i giovani, che iniziano a fumare sempre prima.

Si tratta di un problema serio: la sigaretta è indubbiamente la principale causa di morte per cancro, le statistiche lo dimostrano. Togliendo il fumo potremmo ridurre in maniera drastica l’incidenza di questo tipo di neoplasia: per questo sono così importanti le azioni di dissuasione, soprattutto per quel che riguarda i giovani, e l’opera di sensibilizzazione riguardante la prevenzione primaria.

Da questo punto di vista, l’Istituto Oncologico Romagnolo investe da sempre in programmi di sensibilizzazione e di ricerca. Quanto è importante l’attività dello IOR?

L’Istituto Oncologico Romagnolo è una fonte essenziale di cruciale importanza unica nell’intero panorama nazionale, perché mette a disposizione strutture e fondi per la conduzione delle attività di ricerca e per incrementare il numero di persone formate che possono dedicarsi a questo tipo di attività. Le aziende sanitarie hanno tutta una serie di vincoli: oltre ad un determinato limite non possono spingersi. Per questo motivo il supporto dello IOR è fondamentale, e mi auguro sia sempre maggiore. Esistono idee bellissime dal punto di vista dei trial clinici che non possono essere realizzate per mancanza di fondi: mi rendo conto che l’Istituto Oncologico Romagnolo ha già fatto tanto, ma spero che implementerà ancora di più il suo impegno, perché fare ricerca è assolutamente fondamentale.  

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