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Ivan Basso

Lo sport, una potente arma di cura e prevenzione

Ivan Basso è stato uno dei più maggiori esponenti di ciclismo italiani del nuovo millennio: maglia rosa al Giro d’Italia 2006 e 2010, è salito anche due volte sul podio del Tour de France grazie alle sue doti da passista-scalatore. Ed è proprio durante l’edizione 2015 della Grande Boucle che, in seguito ad una caduta, ha scoperto di soffrire di un tumore al testicolo: una diagnosi fortunatamente molto tempestiva, che ha permesso al campione di curarsi e sottoporsi alle terapie del caso. Ciò nonostante, a ottobre 2015, ha annunciato il suo ritiro dalle corse: ma non dal ciclismo. Oggi ricopre infatti il ruolo di Direttore Sportivo della Trek-Segafredo, una delle principali squadre del circuito potendo vantare al suo interno corridori del calibro di Alberto Contador e John Degenkolb.

Ivan, maggio è storicamente il mese del Giro d’Italia. Da ex campione e maglia rosa, quanto ti sarebbe piaciuto partecipare alla storica edizione numero 100?

A dirti la verità non ho grossi rimpianti riguardo la mia carriera: ho smesso quando volevo, al momento che ritenevo più giusto. Una delle cose peggiori che possa capitare ad un corridore professionista è appendere la bici al chiodo frustrato dal rimorso per qualcosa che, magari, non è riuscito a conquistare: ma io mi ritengo felice ed appagato così. Parteciperò al Giro d’Italia in un’altra veste: quella di semplice appassionato. La magia della Corsa Rosa è quella di essere una grande carovana a cui prende parte l’Italia intera: non vedo l’ora di vivere la centesima edizione con questo spirito.

Attualmente ricopri il ruolo di Direttore Sportivo della Trek-Segafredo: come ti stai adattando a questa nuova realtà?

Ho iniziato questa nuova fase della mia vita con la stessa identica passione con cui ho vissuto tutta la mia carriera agonistica. Il mio compito all’interno del team è quello di seguire i ragazzi del settore giovanile nel loro processo di crescita: penso di avere maturato negli anni sufficiente esperienza per poter trasmettere ai giovani tutti quegli aspetti mentali e fisici di cui occorre tenere conto nel passaggio al ciclismo professionistico.

Questo sport non mi ha lasciato solo vittorie ma un patrimonio inestimabile dal punto di vista del metodo, dello stile di vita, dell’applicazione, della costanza. Per me rappresenta una novità quella di occuparmi della crescita dei giovani prospetti, tuttavia ritengo che applicando la stessa passione e lo stesso metodo che applicavo durante i miei giorni da professionista non c’è ragione per cui non debba essere un successo.


Essere stato un campione ti aiuta nell’interfacciarti con professionisti del calibro di Contador, Degenkolb, Mollema?

Sicuramente posso comprendere meglio di altri quali possono essere le esigenze di questi atleti. Tuttavia, la cosa più importante è ricordarsi che quando ti relazioni con un professionista non stai parlando ad un corridore: stai parlando ad un uomo. L’uomo viene prima del ciclista.

Hai dovuto smettere di pedalare a causa di un problema oncologico. Come stai oggi?

 In verità avevo già deciso che fosse arrivato il momento giusto, per me, di smettere. Il tumore al testicolo non è stata la causa del mio ritiro: semmai, ha rappresentato una motivazione ulteriore per portare fino in fondo una decisione che avevo già preso. Oggi sto bene: continuo nei miei percorsi di controllo, tuttavia mi ritengo una persona molto fortunata.

Ho scoperto la malattia nelle sue fasi più precoci, e in maniera del tutto casuale, in seguito ad una caduta: per questo motivo ho potuto sottopormi ad una terapia medica poco invasiva, durata giusto qualche mese. Ciò nonostante sono consapevole di avere avuto fortuna: per questo il mio consiglio, per tutti gli uomini, è quello di tenere sotto controllo la situazione con visite frequenti e autopalpazione. La tempestività della diagnosi è fondamentale.


L’Istituto Oncologico Romagnolo, assieme alla Nove Colli, promuove il progetto “La Salute in Movimento”, che si prefigge di sensibilizzare le persone sull’importanza dell’attività sportiva non solo come mezzo di prevenzione ma anche come “medicina”. Quanto è stato importante, per te, lo sport nell’affrontare la malattia? 

Lo sport è fondamentale, e dovrebbe far parte dello stile di vita di ciascuno di noi: non solo per una questione di prevenzione, ma più in generale di metodo per restare in salute. Nel mio caso particolare, non potendo andare in bicicletta durante la terapia, ho continuato ad allenarmi passando al running. 

Quest’anno la Nove Colli ha donato 7 pettorali di griglia rossa per sostenere il servizio d’accompagnamento gratuito dei pazienti ai luoghi di cura. C’è qualcuno in particolare che ti è stato vicino nel tuo percorso, e quanto è stato importante per te?

Sicuramente l’affetto delle persone è fondamentale nei momenti di difficoltà: la famiglia in primis. È la famiglia che nelle situazioni più delicate ti avvolge e ti sostiene, cercando di darti quel calore e quella assistenza psicologica e fisica per farti stare meglio. Lo sport, comunque, mi ha aiutato molto anche in questo senso: è stato molto bello vedere compagni di squadra, atleti, semplici tifosi uniti per sostenermi in questa fase delicata. Ho sentito forte la vicinanza di tutto il mondo del ciclismo: anche per questo ritengo che lo sport sia fondamentale.

Prima o poi ti rivedremo in sella sulle strade della Romagna, magari per prendere parte proprio alla Nove Colli?

Purtroppo è una manifestazione che si svolge in contemporanea al Giro d’Italia ed è quindi poco compatibile coi miei impegni, ma sicuramente mi piacerebbe un giorno partecipare.



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