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Muller Fabbri

Da Forlì agli USA per fare la differenza contro il cancro

Donare il 5 per mille all’Istituto Oncologico Romagnolo significa donarlo alla Romagna che lotta contro il cancro: si tratta di un gesto che non costa nulla, ma che può fare un enorme differenza in questa battaglia. Ma dietro la Romagna che lotta contro il cancro esistono delle persone, dei volti, delle storie. Per spiegare come questo non sia semplicemente uno slogan, ma un impegno concreto, per la campagna 2017 lo IOR ha deciso di intervistare 5 persone che rappresentassero appieno questa battaglia. 

Vi presentiamo quindi il dott. Muller Fabbri: ricercatore forlivese, dopo essersi diplomato al Liceo Scientifico ha conseguito la laurea presso la prestigiosa Scuola Superiore di Studi Universitari e Perfezionamento “S. Anna” di Pisa, prima di trasferirsi negli USA, grazie al prof. Amadori e ad una borsa di studio IOR. 

Dott. Fabbri, in Italia si sente molto parlare di ‘fuga di cervelli’. Lei pensa di rientrare nella categoria?

Assolutamente no. È’ vero, probabilmente da noi è più difficile fare ricerca rispetto agli Stati Uniti, tuttavia in Italia la lotta contro il cancro nei laboratori è affidata a professionisti di altissimo livello che svolgono un ottimo lavoro. E comunque la ricerca è fatta per unire, non per dividere: le scoperte che si realizzano nei laboratori servono ai pazienti di tutto il mondo. 

Dal Liceo Scientifico di Forlì alla University of Southern California di Los Angeles, dove dirige la sua equipe. Com’è stato possibile?

Tutto è iniziato grazie al prof. Amadori e ad una borsa di studio dello IOR. Ricordo che nel 2002 partecipai all’ASCO, l’American Society of Clinical Oncology, forse il meeting più importante al mondo riguardante la ricerca contro il cancro. Durante quella particolare edizione c’era molto fermento per una presentazione in particolare, in cui sarebbero stati annunciati dati incredibili riguardanti il carcinoma del pancreas: ma la grande conquista che venne presentata riguardava uno studio dimostratosi in grado di aumentare la sopravvivenza di sole due settimane. Quella sera tornai in albergo con una frustrazione addosso che non dimenticherò mai, e guardandomi allo specchio mi dissi: ‘non ci siamo: devo fare qualcosa’. Prim’ancora di parlargliene il prof. Amadori comprese subito questo disagio e mi disse: ‘Ti va se ti mando alla Thomas Jefferson University di Philadelphia per un anno a fare esperienza in laboratorio con una borsa di studio IOR?’. Era il 2003: l’anno che ha segnato la svolta nella mia carriera.

Lei è tuttora in America: ma non doveva rientrare, dopo un anno?

Il piano era quello: un’esperienza di un anno presso l’equipe del prof. Carlo Croce. All’inizio è stata molto dura: non conoscevo nessuno, e d’altronde l’ambiente del laboratorio era per me nuovo e sconosciuto. Ma poi sono riuscito a costruire il mio primo vettore, un adenovirus geneticamente modificato in grado di distruggere le cellule tumorali, e ho scoperto quanto la ricerca possa essere attraente. Nel luglio 2004 il prof. Croce e il prof. Amadori si misero d’accordo per prolungare la mia esperienza dagli States. Da lì è stato un crescendo: prima ho seguito il prof. Croce alla Ohio State University a Columbus, poi nel 2008 sono diventato Research Scientist con stato indipendente, e infine nel 2012 ho deciso di accettare la sfida di gestire una start-up presso la University of Southern California di Los Angeles. 

Una grande avventura perché si partiva da zero: ho avuto a disposizione un budget da gestire per investire in macchinari e personale, oltre a decidere in prima persona quale direzione far prendere alla nostra ricerca.

E qual è il bilancio di questa avventura, partita oramai quattordici anni fa con la borsa di studio IOR?

 Devo dire di essere molto soddisfatto del tipo di ricerca che facciamo: abbiamo ottenuto grandi risultati che speriamo faranno la differenza molto presto per la lotta contro il cancro. Abbiamo scoperto, per esempio, che alcune molecole chiamate microRNA funzionano come ormoni per il tumore. Il cancro è fondamentalmente un bilancio di proteine che favoriscono ed impediscono la sua crescita: alcuni di questi piccoli pezzi di RNA non solo vengono utilizzati dalla neoplasia a proprio vantaggio tramite un meccanismo perverso che per primi abbiamo descritto, ma rendono il tumore resistente alla chemioterapia. Ci stiamo concentrando quindi su questo meccanismo per risvegliare il sistema immunitario e renderlo più sensibile ai farmaci. Il nostro è un lavoro frustrante: il cancro è una malattia molto intelligente, i fallimenti sono molti, e le conquiste richiedono tanto tempo ed enormi sforzi. Ma è anche estremamente eccitante: il ricercatore è come un soldato, che ogni mattina indossa elmetto ed armatura. Ed era proprio questo che volevo, quando mi guardai allo specchio, tanti anni fa: essere in prima linea nella lotta contro questa malattia.

Il ricercatore è come un soldato, che ogni mattina indossa elmetto ed armatura

Muller Fabbri

Il 5 per mille allo IOR

Solo nel 2016, l’Istituto Oncologico Romagnolo ha destinato alla ricerca 817.711 euro. Dal 1979, 235 professionisti hanno potuto formarsi tramite stage in Italia o all’estero grazie alle borse di studio IOR. Anche per questo è importante destinare il proprio 5 per mille allo IOR: per essere insieme ai soldati che ogni giorno portano avanti questa lotta all’interno dei laboratori. Farlo è semplicissimo: basta indicare il codice fiscale 00893140400, selezionando il riquadro “Ricerca scientifica” o, in alternativa, “Sostegno del Volontariato e delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale”.


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