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Loris Cappanna

Il maratoneta che non ha paura del buio

 

A cosa serve una corda? È una domanda a cui potrebbe rispondere anche un bambino: serve a tenere unite due cose nate separate. Con parole ancora più semplici: serve a creare un legame, a unire. Alcuni utilizzano la corda affinché un oggetto mobile e potente ne trascini un altro apparentemente impossibile da spostare; altri al contrario la utilizzano per tenere fermo in un posto un oggetto altrimenti destinato a muoversi ed andare inesorabilmente alla deriva. Da qualunque lato la si guardi, qualunque sia lo scopo per cui viene adoperata, la corda acquisisce una ragion d’essere solo nel momento in cui qualcosa regge entrambe le sue estremità. Senza due oggetti da unire, perde ogni utilità. Senza due oggetti da unire, non è possibile creare un legame.

Forse non tutti lo sanno, ma funziona così anche per le persone. E sebbene la maggior parte dei nostri legami sia affidata a corde invisibili ad occhio nudo, ma ben presenti nel profondo della nostra anima, ne esistono anche di concrete, di tangibili. Lo sa perfettamente Takeshi Kitano, il regista che nel suo capolavoro “Dolls” ha creato la poetica figura degli amanti legati: due ragazzi che vagano per tutto il film senza una meta, senza parlarsi, uniti da una sottile corda rossa. Lo sa perfettamente anche Loris Cappanna, che grazie al legame che una piccola corda è capace di creare può continuare a correre, veloce come il vento, nonostante abbia perso la vista a causa di una malattia.

Certo, Loris è un tipo particolare di non vedente. Ti invita nella sua casa di Forlimpopoli e ti fa accomodare, mentre ti prepara il caffè con gesti misurati e precisi. “Prima o poi lo denuncio – scherza un suo amico – non può essere cieco”. D’altronde, quando pratichi running da non vedente, ogni passo dev’essere necessariamente calcolato. “Lo sport, il podismo in particolare, è stata la mia medicina: quella cosa che mi ha permesso di reagire ad un periodo di depressione e smarrimento, seguito al momento in cui sono divenuto cieco totale”. Sì, perché Loris non è nato senza l’uso della vista: lo è diventato a 37 anni, nel 2009. In precedenza, una vita per sua stessa ammissione vissuta col pedale sull’acceleratore, un po’ da zingaro. Nato in Svizzera, nel 1972, è tornato poi in Italia, prima a Pesaro, luogo di nascita del padre, infine a Forlimpopoli per amore di Denise, la sua compagna. Nel mezzo la nascita di Giulia, 17 anni, e Sofia, 8: oltre a tantissimo sport, soprattutto calcio, ma anche basket, pallavolo, tennis. Tutto ciò che comporta competizione Loris lo approccia con entusiasmo, e solitamente con risultati più che discreti. Fino al 2009, anno in cui la degenerazione della sua vista è divenuta tale da non permettergli più di praticare alcuna disciplina.

Eppure, da persona estremamente combattiva, Loris ha lottato strenuamente per i suoi occhi. Cheratocono a base bilaterale, cataratta congenita, glaucoma, patologie che l’hanno portato a sottoporsi a ben diciassette operazioni, non sono bastate per privarlo della vista: è dovuta intervenire anche la mano del destino, sotto forma di incidente domestico. “Mi è crollato addosso il tetto del solario dell’appartamento sopra il mio, a causa di lavori fatti male. Nell’urto mi si ruppero gli occhiali: le schegge di vetro penetrarono nei miei occhi, di fatto annullando ogni miglioramento che i trattamenti cui mi ero sottoposto avevano prodotto”. L’ennesima conferma del fatto di come la disdetta, per usare un eufemismo, al contrario della volubile Dea Bendata, abbia una vista decisamente sviluppata.

“C'è un tempo in cui un uomo deve lottare e un tempo in cui accettare la sconfitta: quando la nave è salpata solo un matto può continuare ad insistere. Ma la verità è che io sono sempre stato un matto!”, afferma Ed Bloom, il protagonista di “Big Fish – Le storie di una vita incredibile” di Tim Burton. E quella di Loris Cappanna è davvero una vita incredibile. “Lo sport è sempre stato per me fondamentale: era logico che fosse proprio lo sport a risvegliarmi, a convincermi a riprendere in mano la mia vita. Lo sport e la mia compagna Denise, che ha vissuto accanto a me la fase più critica spronandomi a non mollare”. Dopo un lungo periodo di inattività, Loris decide di approcciarsi al running grazie all’esempio di una grande campionessa paralimpica: Annalisa Minetti. “Mi sono detto: se ce la fa lei, ce la posso fare anch’io. All’inizio avevo grandi perplessità: in primo luogo perché il running, detto in maniera schietta, non mi era mai piaciuto. In seconda battuta, i primi allenamenti sono stati davvero faticosi: un po’ perché non praticavo alcuno sport da tanto tempo, un po’ perché dovevo abituarmi alla corsa con una guida”. Ritorniamo un secondo all’inizio di questa storia, e al discorso della corda. I podisti paralimpici sono in grado di coprire le distanze che si prefiggono grazie a due cose fondamentali: un atleta guida, e il cordino che li lega a loro. Una stringa brevilinea, che permette ai due runner di correre gomito a gomito. Uno strumento piccolo se vogliamo: ma l’importanza di una corda non si misura certo dalla sua lunghezza, bensì dal legame che riesce a creare.

“Per correre in questo modo occorrono due cose fondamentali: un’incredibile affiatamento, e una grande sicurezza da parte dell’altro. Se la mia guida è titubante lo avverto subito: e non riesco a correre perché so che, prima o poi, ci faremmo male. Piano piano si sviluppa un rapporto di simbiosi, che si esplica anche nell’utilizzo di un vocabolario tutto nostro. Dosso; dossino; un due tre per i gradini: sono tutti avvertimenti in codice che mi avvisano di eventuali ostacoli, e mi fanno capire in tempo come superarli”.Il risultato è che oggi Loris, quando corre, non sembra affatto non vedente: il suo passo è sicuro e spedito, tanto che diversi partecipanti alle competizioni cui prende parte sovente equivocano il significato del cordino. 

“La domanda che mi viene rivolta più spesso è: correte così perché siete gay? A volte mi è capitato durante una corsa di fermarmi, ignorare la competizione e il tempo in cui avrei voluto tagliare il traguardo, di modo da spiegare le cose. Ora va un po’ meglio: da quando abbiamo deciso di utilizzare il pettorale con scritto ‘atleta guida’, la gente ha cominciato a capire. È stato un sollievo, non tanto per una questione di equivoci imbarazzanti quanto per mere ragioni di sicurezza: vedendo questa cosa, gli altri runner stanno più attenti e ci lasciano maggiore spazio”. 

A cinque mesi da quel primo, incerto tentativo di allenamento, Loris tenta la sua prima maratona. “Guarda caso è stata proprio la Maratona di Ravenna. Non sapevo cosa volesse dire correre per 42 km: ero arrivato al massimo ai 20 km dell’allenamento. L’ho chiusa in 4 ore e qualche minuto. Qualche mese dopo, a Firenze, ho vinto la mia prima maratona per atleti paralimpici col tempo di 3 ore e 40 minuti. Alcune settimane successive, a Pisa, ho abbassato ulteriormente il mio personale a 3 ore e 30 minuti: così ho deciso di iscrivermi ad una società di Faenza e tentare di correre i campionati italiani paralimpici, dopo nemmeno un anno di allenamenti”.

Neanche a dirlo: primo posto, medaglia d’oro, sia nella mezza maratona di Palermo, sia sul traguardo della maratona di Padova. Il tempo? 3 ore e 8 minuti: una prestazione proibitiva anche per molti runner normodotati, tanto che oramai le guide che lo seguono arrivano al termine delle gare stremate. “Ma si tratta di una stanchezza più psicologica che fisica: al di là del passo che gli impongo, loro devono stare attenti ad ogni pericolo si trovi sul nostro cammino. Per questo mi piace condividere ogni successo con loro: sono i miei angeli custodi”. 

Loris, oggi, quando indossa le scarpette da running, non corre: vola. Grazie alla corsa ha sconfitto la paura del buio. E il 12 novembre 2017 tornerà laddove tutto è iniziato: laddove ha capito che nemmeno 42 km possono spaventarlo. Loris correrà assieme allo IOR la Maratona di Ravenna: il suo primo tentativo di maratona. E lo farà per una buona causa. “Sarà una grande festa: spero di spingere quante più persone a superare i propri limiti, oltre a partecipare all’evento e sostenere il Progetto Margherita dell’Istituto Oncologico Romagnolo. Non bisogna pensare che sia una distanza impossibile: se i 42 km spaventano, si può sempre fare la mezza maratona, o i 10 km di camminata. 

Come successe per me quando scoprii la storia di Annalisa Minetti, il mio auspicio è che chi leggerà questo racconto dica: se ce la fa lui, ce la posso fare anch’io. Ci vediamo a Ravenna!”, termina con una battuta. Ha perso la vista, ma mai il senso dell’umorismo. E nemmeno il coraggio. Prossimo step: il triathlon. Verso nuove sfide, che potete seguire anche sul suo sito internet ufficiale.


Maratona Internazionale di Ravenna

Lo IOR e la “Maratona Internazionale Ravenna Città d’Arte” hanno confermato la loro partnership anche per il 2017. Nell'importante gara che vede da diversi anni un numero sempre crescente di partecipanti e diversi percorsi in programma (42 Km, 21 km, 10 km e Family Run), l'Istituto Oncologico Romagnolo sarà presente con tre testimonial che si faranno portavoce dell'importanza dell'esercizio fisico non solo come arma di prevenzione, ma anche di cura del tumore. Per ogni partecipante, la Maratona di Ravenna donerà un euro all'Istituto Oncologico Romagnolo a sostegno del Progetto Margherita.


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