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Giampaolo Ugolini

Primario di Chirurgia, Ospedale di Faenza

 

Il prof. Giampaolo Ugolini ricopre l’incarico di Primario del Reparto di Chirurgia dell’Ospedale di Faenza da settembre 2016. Riminese di nascita ma residente a Bologna, si è laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Bologna nel 1990, è specialista in chirurgia generale e dottore di ricerca (PhD) in Chirurgia Oncologica dell’Apparato Digerente. Dopo aver conseguito l’abilitazione all’esercizio della professione medica negli Stati Uniti, ha lavorato per due anni presso i prestigiosi atenei della Harvard University di Boston (Massachusetts General Hospital) e della Brown University di Providence (Rhode Island Hospital).

Prima di sbarcare in Romagna ha prestato servizio per oltre quindici anni nel capoluogo emiliano presso il Policlinico Universitario Sant’Orsola Malpighi e l’Università di Bologna dove ricopre il ruolo di Professore Associato. Il suo principale campo di interesse clinico e scientifico è rappresentato dal trattamento chirurgico mini-invasivo dei pazienti affetti da patologie oncologiche del colon-retto e da malattie infiammatorie croniche intestinali. Un altro settore di interesse è anche rappresentato dall’oncologia geriatrica e partecipa attivamente alla Società internazionale di Oncologia Geriatrica (SIOG) di cui è membro della Task Force Chirurgica. Nel 2016 è stato uno dei 25 esperti europei che ha partecipato al gruppo di lavoro della European CanCer Organisation (ECCO) per la definizione dei requisiti essenziali per fornire cure di qualità ai pazienti affetti da cancro del colon retto.

Prof. Ugolini, dal Sant’Orsola a Faenza, passando per gli Stati Uniti. Che impatto ha avuto con la Romagna?

Molto buono. Qualcuno potrebbe vedere il passaggio da realtà riconosciute a livello internazionale, come il Sant’Orsola e la Harvard University, all’Ospedale di Faenza come una sorta di scelta al ribasso, ma commetterebbe un errore. Se inizialmente anch’io potevo nutrire qualche perplessità, dopo oramai un anno di lavoro posso affermare che la nostra struttura ha tutto per diventare un centro d’eccellenza nazionale. Qui ho trovato un ambiente di lavoro che ha superato ogni più rosea aspettativa, con un clima molto favorevole tra colleghi ed infermieri: cosa che ha un impatto particolarmente positivo sulla qualità delle cure che forniamo. All’equipe medica già presente a Faenza, si sono aggiunti due giovani chirurghi che hanno svolto lunghi periodi di lavoro all’estero (negli Stati Uniti il dott. Montroni e in Svizzera il dott. Zattoni) che hanno arricchito in maniera significativa le nostre competenze professionali. A Faenza abbiamo la fortuna di poter collaborare con specialisti di altissimo livello in tutti i settori cruciali, tra cui l’Oncologia (dott. Tamberi), l’Anatomia Patologica (dott. Raulli), la Gastroenterologia (dott. Triossi), la Radiologia (dott. Orzincolo) e l’Anestesia (dott. Pezzi). Oggi più che mai la collaborazione multidisciplinare è fondamentale in medicina e in particolare nell’oncologia; il tumore infatti è una patologia che necessita un approccio integrato tra vari professionisti, un team di specialisti che agiscono di concerto per comprendere quale sia il trattamento più adeguato per il singolo paziente.

Una cosa particolarmente vera soprattutto quando parliamo di pazienti anziani, giusto?

Assolutamente. L’anziano è un particolare tipo di paziente estremamente eterogeneo e la sola età anagrafica non può rappresentare il criterio per stabilire i trattamenti oncologici che possiamo offrire. Oggi molti anziani a cui viene diagnosticato un tumore sono attivi e in buona salute (circa il 50%) mentre altri hanno elementi di fragilità legati alla presenza di altre patologie, come il diabete, l’ipertensione, problemi a cuore e polmoni, per non parlare di disturbi cognitivi quali il morbo di Alzheimer. La sfida che abbiamo di fronte è quella di utilizzare strumenti scientificamente validati per misurare le varie componenti che caratterizzano una persona anziana per predisporre trattamenti oncologici personalizzati. A questo si aggiungono le peculiari esigenze e preferenze della singola persona, di cui un medico deve necessariamente tenere conto.

Per la maggior parte di questi pazienti, infatti, è molto più importante l’aspetto del decadimento o, viceversa, della ripresa funzionale da determinati trattamenti rispetto alla possibilità di sopravvivenza a dieci anni. Nella mia esperienza, la principale preoccupazione di una persona ultraottantenne colpita da tumore è quella di essere ancora in grado di accompagnare il nipotino all’asilo o di tornare al circolo frequentato dagli amici nel più breve tempo possibile. Spesso abbiamo più di un’opzione terapeutica ad un problema oncologico: per scegliere quale sia la migliore è cruciale capire chi abbiamo di fronte, comprendere assieme a lui e ai suoi famigliari quali siano le sue priorità, oltre ad avere l’umiltà di collaborare con gli altri professionisti, come ad esempio il geriatra.

I dati statistici indicano che oramai il cancro è una patologia che interessa prevalentemente la terza età.

Lo confermo, si tratta della vera epidemia odierna. Il motivo è molto semplice: l’aspettativa di vita ultimamente si è allungata, grazie al decremento della mortalità per patologie cardiovascolari. In base alle statistiche ISTAT del 2017, gli individui con età maggiore di 65 anni superano i 13,5 milioni e rappresentano il 22,3% della popolazione totale. Nella nostra regione questa fascia di età rappresenta quasi il 24% della popolazione e l’aspettativa di vita è stimata in media a 81,1 anni per gli uomini e a 85,6 anni per le donne. Da un lato è sicuramente una buona notizia, ma aumentando l’età, aumenta anche il rischio che una cellula, replicandosi, possa modificarsi e trasformarsi in un tumore. Oltre il 50% dei 300.000 nuovi casi di tumore in Italia viene diagnosticato in pazienti con più di 70 anni. I più comuni sono polmone, prostata, mammella e colon-retto.

Ciò nonostante, un recente articolo comparso su Repubblica ha evidenziato come solo il 20% dei pazienti over 70 riceverebbe le cure migliori. Qual è la sua posizione in merito? È corretto parlare di pazienti ‘sottovalutati’?

Il problema è reale. Da una parte, il quadro clinico del paziente anziano presenta delle difficoltà aggiuntive rispetto a quanto abbiamo già affermato in precedenza: basti pensare che i trials, gli studi i cui risultati portano alla redazione di specifici approcci terapeutici, quasi sempre escludono le fasce d’età superiori, non tenendo quindi conto delle loro peculiarità. 

Questo significa che molto spesso seguire le linee guida dei trattamenti standard per una determinata neoplasia in un paziente anziano può portare ad ottenere risultati non ottimali. In secondo luogo, a volte la comunità medica cade in una sorta di pregiudizio verso questo tipo di pazienti, considerati più fragili, meno resistenti agli effetti collaterali delle comuni terapie e degli interventi chirurgici e per questo vengono ‘sottotrattati’ anche pazienti in buona forma fisica che potrebbero tollerare le terapie come quelli più giovani.  Un altro fattore da tenere presente è che, dopo una certa età, gli screening per tumore non vengono più svolti e questo aumenta il rischio di diagnosi tardiva. A causa di tutti questi aspetti, secondo Eurocare-5 (l’istituzione europea che raccoglie i dati di sopravvivenza per tumore provenienti dai registri tumori nazionali), la curva di sopravvivenza delle fasce d’età più elevate, a parità di stadio della malattia, è quella che presenta i peggiori risultati. Per migliorare la qualità delle cure nei pazienti anziani è necessario uno sforzo comune per aumentare i progetti di ricerca in questo settore, allo scopo di capire come le cure possano migliorare l’aspettativa di vita mantenendone intatta la qualità. La nostra equipe di chirurgia a Faenza, in collaborazione con l’AUSL Romagna, l’IRST IRCCS di Meldola e col prof. Dino Amadori in persona, si è fatta capofila di uno studio internazionale, denominato GO SAFE (acronimo di Geriatric Oncology Surgical Assessment and Functional Recovery after surgery), che indagherà gli esiti dei nostri trattamenti medici e chirurgici, in particolare l’impatto che hanno sulla qualità della vita di chi li riceve. L’obiettivo è quello di raccogliere dati preziosi che vadano a fornire una valutazione del decadimento e della ripresa funzionale del paziente, aspetti come abbiamo visto che risultano spesso più importanti delle prospettive di sopravvivenza a cinque o dieci anni. Allo studio partecipano anche il prof. Ercolani con l’equipe chirurgica dell’Ospedale di Forlì, il dr. Garulli con l’equipe chirurgica dell’Ospedale di Riccione, oltre ad altri 20 centri in Italia e nel mondo.

L’Ospedale di Faenza è una delle tante strutture romagnole in cui è presente lo IOR con uno staff dedicato. Quant’è importante nella vita di corsia?

Lo IOR incarna al meglio lo spirito di sussidiarietà della regione, il desiderio della popolazione romagnola di partecipare in maniera attiva al miglioramento della qualità delle cure del paziente affetto da tumore. L’importanza che riveste per noi è soprattutto di natura strategica, innanzitutto perché ci permette di contare su un professionista, la psiconcologa Elena Samorì, per cui altrimenti non disporremmo delle risorse necessarie e di cui, al contrario, si avverte un forte bisogno anche per i pazienti più anziani. Sebbene molti di essi infatti reagiscano con positività e combattività alla diagnosi, non mancano i casi di depressione; e un paziente depresso è meno incline a collaborare col trattamento, è meno attivo, mangia meno. L’aiuto di un esperto dedicato è quindi di fondamentale importanza. 

Questo genere di operazioni possiede un impatto molto positivo dal punto di vista del recupero funzionale del paziente. Già oggi oltre l’80% dei pazienti con tumore del colon-retto ricoverati presso il nostro ospedale viene trattato con questa tecnica, che, assieme a una gestione pre e postoperatoria personalizzata, riduce a soli 3-4 giorni la degenza nella maggior parte dei casi. Ultimo ma non ultimo, vorrei sottolineare il ruolo dei Volontari: oltre ad essere un valido aiuto in corsia, in un futuro potranno ricoprire un ruolo sempre più strategico nell’assistenza al paziente geriatrico. La vicinanza dei volontari è un elemento che può risultare decisivo per affrontare i momenti di sofferenza e solitudine durante il percorso di cura, in particolare per i pazienti anziani. Il percorso di cura oncologico prevede infatti una routine molto precisa, ma sovente ci troviamo a dover trattare persone che soffrono di demenza o che semplicemente sono sole. L’affiancamento dei Volontari IOR, magari a domicilio o durante gli accessi in ospedale, potrà garantire anche a questo tipo di pazienti l’accesso alle cure migliori.


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